
Sono Paola Serino, vivo a Benevento e sono profondamente innamorata della grafica! Dopo gli studi classici e una laurea in Tecnica Pubblicitaria, ho fatto — piano piano — della comunicazione visiva la mia terra promessa.
Malata di simmetria sin dall’infanzia, ossessionata dalle insegne storiche (che colleziono gelosamente su Instagram, @worldtypoblog) e color‑addicted convinta dal 1981. “Il colore è vita”, mi piace ripetere spesso.
Nel 2008 ho celebrato due matrimoni: quello con Mario e quello con la Partita IVA. È nato allora il mio primo studio di grafica a Benevento, dove ho iniziato a occuparmi in prima persona di progetti per pubbliche amministrazioni e clienti privati, coordinando campagne media e curando ogni dettaglio del visual (online, offline e negli spazi liminali in cui si nascondono le bozze dimenticate).
Dal 2011 sono madre di Liliana e Senpai (先輩) – almeno ci provo – di un numero considerevole di adolescenti, i cui nomi conservo in un quadernetto dei ricordi. Insegnante convinta dell’indirizzo “Grafica e Comunicazione” dell’Istituto Palmieri–Rampone di Benevento dove si impara un po’ di tutto: foto, video, web, tipografia e sorprattutto a sopravvivere agli aggiornamenti della Suite Adobe.
Educare i giovani — designer o non — è una droga irrinunciabile. Tra lezioni sulle regole della tipografia, crash test tra font serif e sans serif, e laboratori hands‑on dove si fa con il computer ma anche con le mani, cerco ogni giorno di trasformare l’apprendimento “passivo” in esperienza “attiva”.
Il mio obiettivo? Far battere forte il cuore creativo che risiede, magari un po’ addormentato, in ognuno dei miei studenti.



Nel mio portfolio spuntano loghi, siti, brochure, etichette, riviste e cataloghi, ma se c’è qualcosa che testimonia davvero il mio approccio alla progettazione: i progetti realizzati per Strega Alberti e per la Fondazione Benevento Città Spettacolo. In particolare i manifesti per il festival Benevento Città Spettacolo sono stati un vero banco di prova in cui ho sperimentato un esercizio di visual storytelling all’interno di un approccio rigoroso alla progettazione visiva.
Chi progetta sa bene che il rischio dell’autocompiacimento estetico è sempre dietro l’angolo: linee troppo pulite, font troppo perfetti, immagini così patinate da perdere ogni tipo di umanità. La sfida vera è togliere il superfluo, evitare i cliché e riuscire comunque a colpire — con un tocco visivo, una parola fuori registro, una citazione pop infilata là dove non te l’aspetti. È lì che il progetto si accende.
Un po’ come succede con la musica.



A proposito di musica!
Non sono una musicista — non ho mai imparato a suonare brillantemente uno strumento (troppa disciplina, troppo solfeggio: io e il pentagramma ci siamo sempre guardati da lontano, con rispetto ma senza impegno). Eppure, la musica — ah, la musica! — è sempre stata presente. Invisibile ma costante, come una colonna sonora che parte nei momenti più impensati, anche senza Spotify. Ma mentre degli album molti ricordano le scalette o i testi a memoria, io — ovviamente — ricordo le copertine.
Ma partiamo dal principio.
Il primo vinile che ho visto girare in casa? Born in the U.S.A. di Bruce Springsteen di cui Madre è grande fan. Guardavo quella copertina e con una certa perplessità mi chiedevo: “perché un fondoschiena?”. Anni dopo, ho capito. Quella foto è tutto: semplice, potente, indimenticabile. Quando un sedere canta prima ancora della musica.
Ma la fascinazione per le cover non si è fermata lì. La mia prima musicassetta è stata Dangerous di Michael Jackson. Mi fu regalata per la Prima Comunione e fu subito ipnosi, non tanto per Black or White, quanto per quella copertina surreal-pop piena di simboli, enigmi e creature incastonate in una cornice barocca che mi appariva come un Luna Park inquietante. Un’immagine che da sola bastava a raccontare l’universo visivo di Jackson.
Il mio primo CD? (What’s the Story) Morning Glory? degli Oasis, di cui, oltre alla tracklist, mi è rimasta impressa la foto sfocata, immagine malinconica di Londra, la mia Londra. Una quotidianità urbana in forma visiva. Un’immagine che sembra dire: “non c’è bisogno di effetti speciali se vuoi raccontare una generazione”.

E poi il grande amore, che è stata anche una rivelazione geometrica: Everything Changes dei Take That. Un’innocua foto promozionale, penseresti. E invece — sorpresa — ad un occhio esperto quella composizione calibratissima, sembra essere costruita secondo la logica della sezione aurea. I cinque ragazzi sono disposti con naturalezza, ma seguendo i loro sguardi e i loro corpi e ti ritrovi a tracciare la spirale perfetta. Una composizione che funziona perché è equilibrata senza essere rigida. Come le belle grafiche: armoniche, ma non noiose.
Quando scopro le copertine d’arte vengo rapita da Sticky Fingers dei Rolling Stones, con quella zip vera firmata Warhol e da Ummagumma dei Pink Floyd, con l’effetto Droste che ti risucchia in un loop ipnotico di immagini dentro immagini. Hot Space dei Queen, rivisita la pop-art sperimentando gli accordi cromatici di Itten. E poi Pop degli U2, con quel look retinato alla Lichtenstein che sembra proprio un’eco di Hot Space — stessa struttura, stessa energia visiva, ma in stile anni ’90.
E infine The Next Day di David Bowie. Geniale, disturbante, concettuale. La mitica copertina di “Heroes” cancellata con un enorme quadrato bianco e sopra, come con un’etichetta da archivio, il titolo The Next Day. Un atto grafico radicale: sovrascrivere il passato per dichiarare il presente. È design che diventa narrazione visiva: quel quadrato è una pausa, una censura, un taglio netto col prima, ma anche una finestra luminosa verso il futuro. Chiediti: cosa verrà?
Forse è da lì, da quelle custodie rigide da CD e da quei libretti che si aprivano come origami, che ho iniziato a capire davvero cosa significhi progettare qualcosa che resta. Una piccola grafica con dentro un mondo.
Perché anche una copertina può essere design che ti resta attaccato come un ritornello. E se riesce a colpirti prima ancora di premere play, allora ha già fatto centro.
E voi? Avete una copertina che vi ha conquistato a prima vista?
🎵 Scorri, ascolta, guarda. Queste e le altre copertine che – per me – parlano prima della musica. 🎵
