di Annamaria Porrino

A Natale si esprimono desideri, lo abbiamo fatto tutti da bambini, e continuato poi seppure con altre modalità, con altri intenti e altre aspettative man mano che l’età ci includeva in una categoria umana di livello superiore, inesorabilmente progressiva. Le verità, le contraddizioni, le esigenze, le pudicizie, le spavalderie, le delicatezze, il bene e il male a confronto come non mai ad esprimersi e mostrarsi in ogni forma, dalla spontaneità della fanciullezza al furbesco calcolo dell’età adulta.
E’ proprio nella lista dei desideri natalizi che si possono esaminare le personalità di ogni categoria umana, sia essa composta da piccoli, adolescenti o adulti e oltre, e forse è soltanto in quella età-oltre che ci si avvia verso una totale saggezza, acquisita nei lunghi anni di tirocinio, che ci consente finalmente di usare ponderatezza anche nei desideri, svelati o tenuti ancora nel proprio segreto, che iniziano ad essere desideri legati alla vita vera, con qualche eccentricità che fa rima con personalità, e persino con una sorta di pudore nell’esprimerli.
Da bambini si chiedono giocattoli, lo abbiamo fatto tutti, e tutti ricordiamo la lunga attesa di provare finalmente l’ansia di quella notte, quasi insonne, che portava dal 24 al 25 dicembre, notte che Babbo Natale rendeva lunghissima per avere il tempo di consegnare regali a tutti i bambini del mondo. E noi ci abbiamo creduto, come abbiamo creduto che questo superuomo scendesse attraverso i comignoli sui tetti. E in questa leggenda c’era la più semplice quanto perfetta morale di vita: soltanto i bambini buoni meritavano un regalo, Babbo Natale premiava soltanto le virtù.
Si infondeva così nel cuore di ogni bambino il senso del dovere e dell’essere sempre nel bene, senza ciò la vita non andava come doveva e se ne pagavano le conseguenze, a cominciare dal fatto che alla mattina di Natale si rimaneva senza regali, ossia senza il premio.
Nei tempi che hanno portato guerre e carestie, ma anche ingiustizie sociali e livelli di povertà troppo alti per essere giustificati, ecco che questa morale veniva messa a dura prova, ma i più tenaci non perdevano la speranza del cambiamento, nell’attesa ci si accontentava di due noci e di un semplice giochino fatto di legno e spago. In tutti i film a tema, e ce ne sono stati tanti, ancora oggi si rappresenta la leggenda di Babbo Natale più o meno allo stesso modo: nella parte iniziale lo si vede prepararsi alla grande notte, nella parte centrale poi ecco che spunta il male incarnato nel cattivo del momento, lo sviluppo della trama crea un po’ di suspense e persino il timore che il cattivo riesca nel suo intento ma poi, anche se tardi e dopo mille difficoltà, si assiste al trionfo del bene e alla sconfitta del male che subisce anche la dovuta punizione, il fio da scontare. Si, tutto del tema natalizio espone i due poli opposti delle società d’ogni tempo: il bene e il male, l’arrogante e il modesto, il furbo e l’innocente, l’imbroglione e l’onesto, il sognatore e il realista, il ricco e il povero, l’esuberante e il timido, i due estremi di ogni umanità ovunque essa viva, con i modi di quei tempi, diversi da quelli precedenti ma con lo stesso fine o modus vivendi, e direi anche pensante. Tutti i bambini bramano di scartare i pacchi e trovare davvero quello che avevano richiesto, e da qui si creano in automatico le due classiche e sempreterne categorie umane: i ricchi e i poveri, nel mezzo quelli che non sono proprio poveri ma non sono neanche ricchi, diciamo i medi, un piede in un gruppo, un altro nell’altro gruppo, e tutto ciò poi si estende inevitabilmente anche alla vita adulta. Esaminiamole allora queste due categorie inserite nei due elenchi, tipo una ricerca Istat che, alla fine, dovrà portarci a riflessioni, e persino a decisioni. Si, decidere in quale gruppo stare o tornare, o fuggire se da quello che ci è stato dato per nascita abbiamo avuto la possibilità o la volontà di uscirne, o la costrizione di restarci.
Cominciamo dall’inizio, dall’età infantile quindi.
I bambini poveri, ogni dicembre, vivono giorni interi nell’ansia di ricevere qualcosa, sanno che i loro genitori non possono nulla ed ecco perché credono che un uomo straordinario non umano possa invece compiere una magia, magia che, senza che loro lo sappiano, si può avverare o grazie ai genitori che, facendo salti mortali, riescono a creare un giocattolo per loro o a comprarne uno un po’ rotto quindi per pochi soldi e che l’abbiano poi sistemato alla meglio, o grazie alle tante opere di beneficenza che, raccogliendo offerte, realizzano il piccolo sogno del bambino bisognoso. Guai a coloro che con la loro indifferenza strappano a questi bambini l’ultimo sogno di speranza si possano permettere nella loro difficile e spesso terribile infanzia. È come quando sono nella mancanza di cibo, se ognuno di noi desse qualcosa, anche una microscopica cosa a coloro che non hanno nulla, ma proprio nulla, non esisterebbe più alcun essere umano privato di tutto, persino del cibo e dell’acqua. Eppure questo assurdo ciclo di vita si ripete costantemente da generazioni, come una staffetta che pochi tentano di interrompere.
Io, attendo ancora il ribaltamento dei ruoli, almeno per un po’ di tempo, quanto occorre per sperare di vedere finalmente i dovuti cambiamenti. Forse è questo che si dovrebbe chiedere a Babbo Natale, che di tanto in tanto la categoria comoda passi a vivere nell’esistenza dei bisognosi, e viceversa, credo che il mondo girerebbe finalmente in un unico senso, quello giusto.
Tornando alla cosiddetta ricerca, passiamo ai bambini viziati i quali, abituati agli agi e persino alle ricchezze, pretendono sempre di più, ottengono sempre di più, eppure si annoiano sempre di più. E non saranno grati ai loro genitori per quei super regali, nel loro cuore resta pungente l’accusa verso questi genitori di non essere stati presenti nei trecento e più giorni dell’anno perché troppo presi dalle loro produttive e prolifiche attività, ignorando l’unica grande necessità dei loro figli:
avere due genitori presenti che li amino, tutti i giorni, e lo dimostrino almeno un minuto al giorno. Da adolescenti per Natale si chiedono abbigliamento e oggetti elettronici, e così i viziati aggiungono un altro pezzo alla loro già consistente collezione di sneakers, t-shirt, giubbini ovviamente delle firme del momento, e si sentono fighi perché anche loro indossano quelle firme, come tutti gli altri coetanei-amici, e non altre che invece sarebbero out perché così ha deciso il gruppo, pochi mesi e passano ad altro e ad altro ancora per sentirsi ciclicamente fighi ma sempre più annoiati e complicati, in molti già avviati ad una gioventù problematica se non persa. Quelli non viziati invece fingono di essere contenti per quel paio di calzini sfiziosi appaiati ad un maglioncino comprato al mercato rionale, riuscendo a camuffare la lacrima di delusione fatta passare per lacrima di commozione. Se i giovani ricchi riescono a scansare le degenerazioni più cruente e pericolose della loro adolescenza, ecco che a diploma conseguito, forse in scuole private, si avviano con la 24 ore griffata e abbigliamento da manager, a studiare quel poco che occorre per laurearsi, tanto poi ci penserà la famiglia ad inserirlo nel vero e grande mondo del lavoro, o perché saranno i successori di un impero che passerà dal padre al figlio, o perché tra amicizie e parentele varie troveranno già pronta la scrivania giusta nell’azienda giusta con la segretaria giusta che, senza farsene accorgere da nessuno, quotidianamente darà suggerimenti anche per come devono stringere la mano e farsi la foto di circostanza ad ogni evento, e cosa devono firmare tra una partita a golf e un viaggio, eh si ogni tanto tocca smaltire lo stress! Viceversa i giovani di medio o basso ceto, con un semplice zainetto sulle spalle, usato fino a quando le bretelle non si saranno consumate completamente, si avviano alla doppia fatica di studiare, e in tempo per non pagare tasse oltre il dovuto, e ovviamente anche di lavorare ogni sera o almeno nei fine settimana, spesso fino a notte inoltrata per potersi permettere di vivere fuori casa, in una stanzetta condivisa, senza mai vacanze,
sapendo che dopo la laurea dovranno lavorare il doppio degli altri per dimostrare di valere e forse, forse, ottenere si e no un quarto di quanto meritano. Ma loro saranno felici, e ancora di più le loro famiglie, che terranno sulla televisione la foto incorniciata del proprio figlio nel giorno della laurea dicendo a tutti cosa, da quel giorno in poi, è riuscito a fare quel loro caro figliolo. E se si arriva al matrimonio poi, ecco che i figli del ricco si vedranno arrivare un pacchetto con dentro le chiavi della loro prima casa che mammà e papà hanno comprato per loro e le future consorti, ovviamente se codeste fanciulle hanno potuto presentare un pedigree degno di procedere alla cerimonia che sigillerà la tanto agognata unione di amore-interesse-, casa scelta nel quartiere in della città di origine o in quella in cui si lavora, dove poter incontrare ogni giorno persone del loro stesso status, non direi sociale bensì economico. Gli altri ringrazieranno commossi se scopriranno che i genitori di entrambi hanno comprato loro i mobili della camera da letto e della cucina, e magari anche del soggiorno, così da non dover fare anche un mutuo per l’arredo, avendone già contratto uno per l’acquisto di un mini appartamento, in zona periferica, che dovranno scontare per i prossimi quarant’anni. Se poi diventeranno a loro volta genitori, ecco che i discendenti ricchi, tornando un giorno a casa, troveranno la favolosa cameretta del futuro principino o futura principessina già pronta e corredata di tutto, anche di ogni superfluo, e i futuri nonni daranno anche un party di inaugurazione, ovviamente a tema, affidato ad un pool di esperti organizzatori, per brindare e augurare lunga e felice vita a colui o colei che al momento è soltanto una cellulina di un centimetro.
I semplici invece si vedranno regalare il fiocco da appendere alla camera d’ospedale dove nascerà il loro primo e forse unico figlio, perché un secondo probabilmente non se lo potranno permettere mai. Da questo momento in poi i regali di Natale proseguiranno, sempre secondo il ceto d’appartenenza, adeguatamente all’età e ai bisogni:
o ancora ai capricci subito soddisfatti e durevoli quanto il tempo di una sigaretta, o ancora alle piccole necessità esaudite oltre le quali non si potrà mai nulla se non accontentarsi.
Io quest’anno, nella comodità della mia età matura, se dovessi stilare la mia letterina natalizia dei desideri, da lanciare su una abetaia per divertirmi a vedere su quale punta d’abete si fermerà e chi la prenderà, ecco io scriverei che: desidero una casa, piccola e bassa, con un pergolato che in estate si coprirebbe di lillà e in inverno di rami di agrifoglio inframezzati con residui di foglie di vite ingiallite dall’autunno, con ante in legno alle finestre da spalancare ogni giorno sui colori delle stagioni e annusare così i primi profumi della giornata; cucinare con le erbe del mio orticello, fa tanto chic averne uno per vantarsi poi, modicamente, anche della propria piccola produzione di un qualcosa, e qui c’è una hit che parte dalle super gettonate erbe da cucina per giungere a quelle con cui prepararsi da sole una straordinaria crema per il viso o saponi che faticosamente crei ma che ti fanno sentire una profumazione sul corpo che nessun altro potrebbe, eppure, nonostante la satira, a me tutto questo piacerebbe da morire; vestire sempre più in stile country chic ultra comodo, dai colori bizzarri, e continuare a scrivere rime e versi, quelli che proprio la natura mi ispira magnanima; continuare a raccogliere storie, inventarle, ricrearle, per muovere ogni giorno la mia penna, mai priva del mio inchiostro; di volermi bene sempre di più e meglio prima che sia troppo tardi; continuare a spargere il mio amore tra mia figlia e il tabernacolo, amore terreno e amore eterno, pari nella grandezza senza perimetri di confine, vicendevole come la più perfetta sintonia; sperare di poter leggere soltanto libri veri, di penne vere, quelle cioè che sono fuori dal circo dei famosi o dei numero uno del momento che non si sa chi li ha definiti tali, coinvolgendo nel proprio delirio una massa di seguaci sordi e ciechi, no, io voglio quelli meno urlanti, meno griffati, meno invadenti, meno presenti nei talk show, insomma quelli meno che in realtà sono i veri più;
continuare a sentire musica pop, classica e jazz sempre più selezionata, dai grandi intoccabili del passato ai nuovi senza scadenza di età, quella dell’800 quanto quella del mese scorso; proseguire la mia collezione di libri antichi per sfiorarne le copertine fragili, pensare chi l’ha posseduti, letti, conservati dietro le vetrine delle librerie o esposti senza riparo, e fantasticare sulle vite di questi anonimi oramai trapassati, ma in parte ancora vivi, nel passaggio dei loro libri di mano in mano tra le discendenze seppure estranee; poter osservare volti puliti, sentire parole vere, annusare arie terse di terre salubri, incrociare sguardi che continuano a scegliere il bene e non lo scontato quanto comodo male; passare molte ore a riguardare la mia collezione di film retrò, a coprirmi con i plaid patchwork confezionati dagli Hammish, a calarmi sulla testa i miei cappelli dalle forme strane come le donne inglesi ad Ascott. E vorrei tanto realizzare quei viaggi, finora ancora rimasti nelle pagine dei miei progetti fantasiosi, nella mia amata Europa centro nord, tra scogliere scozzesi e cottage inglesi, tra le case dal tetto di paglia della Cornovaglia alle grigie cittadine della Normandia inondate dalle alte maree, tra fiandre e fiordi, popoli in kilt e castelli senza più principi…
E la lista sarebbe ancora lunga, e si allungherebbe sempre più, come fosse un maglione slabrato, di pari passo ad ogni mio nuovo compleanno e ad ogni mio nuovo Natale.
Ma sarebbe una lista semplice, fatta di piccolezze che insieme renderebbero giganti i miei mesi nuovi.
Ma. Ed eccoci al ma. Si, c’è un grande enorme ma.
Quest’anno, come mai prima, c’è un unico desiderio che, con preghiera costante, io esprimo in ogni mio giorno, di vita e di fede: il mio desiderio più esigente è che per l’anno nuovo che si avvicina, si ponga fine a tutte le guerre, perché non è utopia chiedere questo ma soltanto il ritorno alla logica più scontata e naturale che ogni essere dovrebbe possedere se vuole continuare a definirsi umano,
che si squarcino i cuori duri, demoniaci e folli dei potenti di questo tempo, quelli che ancora si divertono a giocare alla guerra come facevano da piccoli con i soldatini di plastica e i proiettili di gomma. Siete cresciuti, siete addirittura vecchi e ancora non vi saziate, non ne avete assaporato già tanto di sangue e lacrime ?
Avete già reso deserti luoghi prima popolati e vivi, avete già accumulato tanta carne morta a marcire sotto i vostri comandi, potete dire -basta così-. Ecco, alla notte del 24 dicembre, all’ultimo dindolare delle campane in festa, urlerò alla vallata senza confine questa meravigliosa parola, l’unica potentemente indispensabile. E ogni elenco dei desideri perderà valore.
Lo farò a pezzetti a nome di tutta l’umanità e spargerò questi frammenti nell’aria di stelle, cadranno sui tetti delle case, sugli alberi di Natale, sulle erbe gelate, sulle chiese chiuse.
Chissà, l’indomani qualcuno, o tanti, li vedranno, li ricomporranno per scoprire che c’era scritto semplicemente -pace- e forse in uno soltanto o in molti questa parola scenderà più fluida del sangue, rimarrà in circolo, partorirà qualcosa.
Potrebbe essere un vero inizio.
Il Natale è speranza, è attesa, ma poi è nascita.
Ed io ci credo…
Natale 2025
Annamaria Porrino, scrittrice e poeta
Presidente di questa Associazione Culturale – Le Silenziose –


