
Quest’anno ricorrono cinquant’anni dalla scomparsa della regina indiscussa del giallo. Non sono una patita delle statistiche, meno che mai delle ricorrenze, ma in questo caso debbo. Si, devo parlare di lei, ricordarla, commemorarla, enfatizzarla, ringraziarla per le tante ore accumulate negli anni che mi ha fatto vivere in sua compagnia. Le curiosità, gli aneddoti, i numeri, gli eventi legati al suo nome dall’inizio della sua carriera fino alla sua morte, e oltre, non si possono enumerare né elencare. E a cinquant’anni dalla sua morte è tutto ancora così. Mentre nel Regno Unito, ma anche oltre la Manica, si organizzano festival, incontri, dibattiti e persino fiere, qui in Italia la Mondadori, per ricordarne il cinquantennio, stamperà e distribuirà tutti i suoi gialli esattamente come fece all’inizio, con la copertina gialla della serie Oscar Mondadori, ed io li posseggo tutti, acquistati più o meno negli anni 80/90 e relative videocassette consumate nei decenni perché le ho viste e poi riviste e ancora riviste, senza mai stancarmi nonostante conoscessi a memoria ogni singolo dialogo, ogni scena, ogni ambientazione. Ogni finale. Sessanta romanzi, centocinquanta racconti, diciotto opere teatrali tra le quali -Trappola per topi – che vanta ancora adesso il primato del più alto numero di repliche mai raggiunto da altri. I suoi libri sono stati tradotti in cento lingue e venduti in tutto il mondo, e le riproduzioni televisive e cinematografiche non possono ancora essere calcolate in quanto non sono mai terminate. Mitici i suoi personaggi: dagli eleganti e un po’ eccentrici coniugi Tommy e Tuppence, detective per passione, che indagano per superare la noia dei tediosi pomeriggi inglesi degli anni trenta, tra una serata charleston e una commissione d’indagine a Londra o dintorni, alla straordinaria Miss Marple, zitella come veniva definita all’epoca una donna nubile, dotata di un’arguzia insuperabile e una giusta dose di sospetto verso chiunque, intuito che affinava osservando gli abitanti del suo villaggio St. Mary Meed.
semplicemente stando a sferruzzare dietro la finestra o mentre si recava in canonica o, meglio, quando si fermava a parlare con le più pettegole del paese per carpire ogni sorta di informazioni, sempre utili per smascherare complotti e omicidi. E per finire con l’insuperabile Poirot, l’elegante detective belga, maniacale nel suo metodo di ordine e precisione, coi suoi baffi impomatati, i suoi quotidiani cerimoniali vissuti nel suo raffinato studio-abitazione stile art decò, in compagnia della fidata segretaria Miss Lemon e del suo amico capitano Hastings, fedele compagno di avventure investigative delle quali ovviamente non ne capiva nulla ma, spesso, era proprio questa ingenuità che apriva la mente di Poirot il quale sempre, ripeto sempre, giungeva alla conclusione del caso che poi esponeva dinanzi a tutti gli indiziati per giungere infine all’epilogo, additare il colpevole e godere del meritato successo frutto delle sue altrettanto mitiche celluline grigie!
“La vita ha spesso una trama pessima, preferisco i miei romanzi”
Questo disse lei in una intervista, ed è chiaro a cosa si riferisse, alla arcinota vicenda matrimoniale, si, quando una giovane ma già famosa Agatha, in reazione al tradimento del marito, scomparve per vari giorni calamitando l’attenzione di tutta la stampa inglese ed estera. Perchè mai? Ma perché una come lei non poteva non ordire una trama noir anche nella sua vita! Fece ritrovare la sua auto contro un albero per simulare un incidente stradale, senza che si potesse ritrovare il corpo, fu cercata ovunque e, mentre il mistero si infittiva e i giallisti di tutto il mondo si prestarono a collaborare nelle ricerche offrendo le loro argute ipotesi, lei si godeva quei giorni in un centro benessere pensando a come fosse riuscita a mortificare l’onore del marito, e di quanto si fosse parlato di lei come un vero genio del noir! Fu dopo che conobbe colui che divenne il suo secondo marito con cui spesso si univa in viaggio per assistere ai suoi scavi, e anche in quei luoghi ambientò alcuni dei suoi gialli, forse però i meno amati, il suo pubblico adorava lo sfondo inglese di quei meravigliosi anni trenta. Come me. La Christie traeva spunti da ogni cosa, da ogni persona, da ogni vicenda. Iniziò quando divenne infermiera volontaria ai tempi della guerra, è così che ebbe modo di conoscere veleni e relativi antidoti e, senza volerlo, curando molti soldati belgi, venne a conoscenza di tante abitudini di questo popolo che le furono fondamentali per creare il suo famoso personaggio belga. Fu una grande avventuriera, anticonformista e avida di esperienze, fu tra le prime donne a possedere un’auto decappottabile con la quale scorrazzava per Londra e dintorni, amava il mare e praticò ogni sport che in acqua si potesse fare, ha volato su elicotteri monoposto, ha persino pilotato, ha scalato vette alte e innevate, ha sorseggiato tè in ogni luogo fosse possibile e partecipato a feste senza distinzione, che si trattasse del vicino di casa o della famiglia reale, ha ricevuto premi e onorificenze commentando ognuno di questi eventi con la proverbiale ironia inglese, frasi rimaste storiche nella definizione del suo temperamento assolutamente imprevedibile. Ha veramente viaggiato sull’Orient Express e ha fatto davvero una crociera sul Nilo, è da queste due esperienze che ne trasse i suoi due indiscussi capolavori, impossibile arrivare a capire chi fosse il colpevole né tantomeno come avesse fatto. Ha veramente vissuto in quei villaggi del sud della campagna inglese per scrutare le vite apparentemente normali degli abitanti ma dei quali lei e soltanto lei ne percepiva le malignità nascoste, le invidie, le vendette e, da vicende realmente vissute, creava le impalcature per i suoi racconti dal valore persino sociologico. La trama è sempre scorrevole seppure celi un male profondo che esplode senza fare rumore, quieto, quasi non fosse male ma uno scontato epilogo che proprio in quel luogo e proprio da quella persona deve scaturire. L’apparente armonia delle abitudini provinciali, le doverose rettitudini di vita che diventano poi bisogno di vendetta, tabù nascosti sotto le tazzine del tè accompagnato dagli immancabili scones, persino questo le stuzzicava la fantasia e ne venivano fuori appunti preziosi che poi avrebbe inserito in qualche suo romanzo. Nei suoi racconti le tracce ci sono tutte, e quanto si sarà divertita ad immaginare i suoi lettori mentre avrebbero detto – è vero, l’aveva scritto, sono io che non l’ho capito – Ogni trama è arguta, è così che Agatha riesce a non farti stancare mai, ma addirittura a rileggere quello che già sai come va a finire, eppure ti intriga ancora. La sua scrittura è semplice, deve scorrere senza ostacoli, ogni azione è permeata di quel bon ton dei suoi tempi e della tipicità inglese che si esprime in ogni dialogo, in ogni movenza, in ogni conversazione, in ogni abitudine quotidiana dei personaggi. I luoghi sono circoscritti, spesso si tratta di camere d’albergo o di vecchi pensionati, di treni o canoniche, di club femminili o sagre paesane, di palchi di teatri improvvisati o caccia alla volpe in grandi dimore terriere, ma anche luoghi piccoli dove il colpevole non può fuggire. Nei suoi gialli non c’è la sirena della volante con un paio di poliziotti a rincorrere un serial killer, mai sparatorie né agenti in tuta mimetica e bombe a mano, non ci sono federali con il solito e immancabile distintivo da mostrare al sospettato di turno, ma soltanto una anziana ma arguta signorina che sferruzza mentre guarda l’umanità attraverso la sua finestra, o che cammina a passo lento per giungere dall’ispettore di contea a raccontare tutto quello che ha capito circa quella o quelle morti. C’è l’assassino seriale ma è un’insospettabile, non ha il volto losco, grottesco, non ha lo sguardo da maniaco, niente affatto, spesso è il maestro di canto o la badante della vecchietta invalida, o è la moglie di media borghesia che deve proteggere un segreto inconfessabile per non perdere il suo status sociale, o è una giovane giunta all’improvviso in paese che si spaccia per la nipote di una cara vecchietta per stare un po’ con questa parente che non vedeva da quando era bambina ma che in realtà è li per vendicare i maltrattamenti che quella donna ha inferto a sua madre che era lì a servizio ai tempi della prima guerra; c’è la capacità di far parlare tutti i personaggi in modo tale da essere creduti in quello che asseriscono, ma proprio nulla crea un dubbio eppure motivo ce ne è, fosse anche l’infermiera che incontra una diva del cinema a cui racconta di averla vista anni prima quando lei, pur malata di rosolia, andò al festival del paese per vedere e abbracciare la sua attrice preferita, incinta di pochi mesi, che era l’ospite d’onore, ecco, soltanto questo e in questo brevissimo dialogo, apparentemente senza valore, scopri invece che era il motivo per cui l’unico figlio di quella diva era nato con problemi di grave ritardo mentale e lei, scoperta così casualmente l’artefice di tanto dolore, la avvelena scambiando il suo bicchiere con l’altro facendo credere che tale veleno fosse diretto a lei, impossibile sospettare che era diretto invece alla semplice infermiera del villaggio dove alloggiava Miss Marple per fare le cure termali; o un abito troppo stretto che non può nascondere una pistola, particolare questo che conduce la Marple a sospettare la tresca tra il pittore e l’infelice moglie del notaio che soltanto in quell’atelier ha potuto prendere l’arma, uscire dal retro, sparare al marito, spostare le lancette dell’orologio sul suo polso, romperlo per fissarne l’orario, uscire dalla porta principale e salutare a mani alte la Marple per farne di lei una perfetta testimone oculare. Ne – Un delitto avrà luogo – c’è la migliore rappresentazione della vita di un villaggio inglese nel dopoguerra: viene annunciato un delitto attraverso una inserzione sul giornale locale dove ogni abitante, leggendolo a colazione, si informa del clima del giorno, della vendita di un cottage o di un servizio di piatti a buon prezzo, mentre mangiano bacon su uova strapazzate e carezzano il loro spaniel da caccia, e il delitto avviene veramente, e Miss Marple scopre l’assassina grazie ad una collana di perle che le nasconde una cicatrice dietro la quale si cela l’intera saga familiare di due sorelle, di cui una, per convenienza, ha preso l’identità dell’altra subito dopo la sua morte.
Nell’arcinoto – Assassinio sull’Orient Express – Poirot comprende presto che il colpevole non è uno soltanto ma lo sono tutti i passeggeri di quella carrozza, ossia tutti gli indiziati interrogati. Come lo scopre? Da una piccola macchia di unto su un passaporto che copre una lettera, sufficiente ad alterare il cognome del possessore, da una falsa identità che riconosce attraverso le iniziali ricamate su di un fazzoletto che in americano hanno un significato ma in russo ne hanno un altro, dall’accento germanico di una dama di compagnia che smentisce quanto in quel momento sta rivelando, dal sudore sulla fronte di un maggiordomo al solo sentire il nome del suo padrone mostrando l’odio che provava quando era costretto a servirlo, dal controllore che fa anche il turno di notte seduto nel corridoio della carrozza senza una giusta motivazione, e da altri piccoli e numerosi dettagli che fanno capire a Poirot che c’è un intero gruppo dietro la morte del famigerato Cassetti, autore dieci anni prima del rapimento di una bambina, finito tragicamente con la morte della piccola. Ed eccoli lì, tutti gli indiziati riuniti nell’elegante vagone ristorante, pronti ad ascoltare da Poirot ogni dettaglio da lui scoperto di quel loro inimmaginabile intrigo in cui tutti sono colpevoli, tutti avevano un movente, tutti hanno inferto un colpo, tutti si sono vendicati e tutti hanno vendicato le morti seguite a quella della piccola Deisy, si perché tutti erano parte della vita dei due genitori, morti di dolore l’uno a poca distanza dall’altro, e della tata suicidatasi perché inizialmente ritenuta l’unica colpevole. Ed un Poirot che per la prima e unica volta non fa condannare i colpevoli ma li consegna alla pietà di Dio, indicando agli inquirenti una falsa pista che mai farebbe giungere alla vera verità.

Ecco, queste sono le trame della Christie.
Tutto ha un inizio, descritto come fosse la storia di un romanzo qualsiasi, poi uno sviluppo che comincia a darti sentore di trovarti nel pieno di un giallo, poi la certezza di trovarti nel mezzo di un grande giallo, poi lo svolgimento che ti offre si informazioni ma confezionate in modo tale che mai ti porteranno alla conclusione del caso prima dei veri detective, e infine lo svelamento e il tuo rimanere interdetto di fronte all’ennesimo scacco matto che la Christie ti ha inferto. E che dire di – Dieci piccoli indiani – ?
Dieci persone che, su anonimo invito giunto per posta, si recano su un’isola convinti di trascorrere qualche intrigante giorno di vacanza, ma che si ritrovano invece a capire presto di essere vittime di una mente maligna ma geniale che li incastrerà attraverso lo svolgersi di una filastrocca, e la morte, giorno per giorno, di uno di loro in contemporanea alla scomparsa di uno dei dieci piccoli indiani di ceramica posti come centrotavola, fino a farne rimanere in vita soltanto due: uno sarà l’ultima vittima, l’altro l’assassino che così ha fatto giustizia di ogni male costoro hanno compiuto nella loro vita senza che mai ne avessero scontato la pena, al contrario erano stati invece assolti da magistrati corrotti perché in qualche modo legati ad ognuno di questi assassini. Si, il colpevole era stato giudice d’alta Corte londinese fino al pensionamento, e ha voluto essere giudice fino alla fine, persino fino alla sua. Fu l’ultimo a morire su quell’isola, fu lui l’ultimo piccolo indiano a morire di suicidio dopo aver ucciso tutti gli altri, coloro che non avevano mai espiato le loro gravi colpe. La Christie fu detentrice anche di un altro primato: fu la prima a far compiere un omicidio in una camera con la porta chiusa dall’interno e un’unica finestra serrata da sbarre di ferro. I più grandi e famosi attori hanno dato volto e voce ai suoi personaggi, minori e non, e gli straordinari Peter Ustinov prima e David Suchet poi a personificare perfettamente Poirot, nonchè le due straordinarie Margaret Rutheford e Joan Hickson a divenire Miss Marple così realistiche da legare le loro fattezze a quelle descritte dalla Christie.
“Un indizio è un indizio, due sono una coincidenza, tre fanno una prova” diceva lei, e Poirot lo sapeva, ecco perché annotava mentalmente ogni dettaglio all’apparenza insignificante, perché era proprio sistemando tutti questi dettagli nel giusto ordine che compariva poi la deduzione, quella che mancava all’amico Hasting il quale, involontariamente, nella sua incapacità di comprendere, a volte era proprio lui che schiariva le poche tenebre del caso e Poirot poteva dichiararlo concluso e prepararsi ad occupare l’intera scena spiegando a tutti i presenti quali erano gli indizi, come erano stati disseminati, come l’assassino aveva cercato di depistarlo, come era giunto alla conclusione e li, tra l’incredulità di tutti, indicare il colpevole e godersi il trionfo, ossia la conferma di essere ancora e sempre il miglior detective del mondo, la sua maggiore presunzione!
Ma non si può parlare soltanto della Christie giallista escludendo la sua vita privata e gli inizi della sua carriera, perché questa vita privata non fu affatto banale né scontata, ma coerente e parallela con l’altra. Nacque nel 1890, epoca in cui il suo temperamento non le dava né spazio né risalto ma, al contrario, veniva condannato prima e ostacolato poi, ciò nonostante lei proseguiva incurante di tutti. Sono famosi i suoi viaggi, o meglio le sue esplorazioni in terre cui gli altri europei non avrebbero mai pensato di andarci, le sue mille passioni, dal surf al giardinaggio, dagli studi letterari alle ricerche farmacologiche, dai pomeriggi alle corse di cavalli al divenire crocerossina per aiutare i reduci di guerra e studiare farmacologia, con maggiore attenzione verso i veleni. E ancora, fu tra le prime donne a possedere un’auto tutta sua, una Morris Cowley grigio scuro, a divenire una delle poche donne dei suoi tempi a viaggiare anche da sola, senza famiglia e senza accompagnatore, perché bramava vedere e conoscere, osservare e memorizzare, proprio come la sua Miss Marple. Da Agatha Miller alla nascita divenne poi Agatha Christie con il suo primo matrimonio, nome utilizzato per i suoi primi romanzi e mai più cambiato, anche quando poi divenne Agatha Mallowan sposando in seconde nozze l’archeologo di molti anni più giovane di lei, per divenire infine Mary Westmacott pseudonimo che usò per firmare i suoi libri autobiografici. Quanto era timida e ritrosa la giovane Agatha, e quanti muri ha dovuto scavalcare prima di arrivare ad intuire la sua capacità di scrittura! Dai tentativi di recitazione alle lezioni di pianoforte, dai pic nic con i cugini alle cene di Natale con tutta la parentela, dalle gite in barca al catechismo in parrocchia, la sua timidezza prendeva sempre il sopravvento e creava disastri. Clara, sua madre, donna molto attenta ed efficace educatrice, elemento portante nella formazione di vita di Agatha, decise che il miglior modo per liberarla da questo blocco fosse viaggiare, e viaggiarono molto iniziando dall’Egitto, all’epoca terra di colonialismo inglese, e fu lì che le fece fare il suo debutto in società nonostante il persistere di questa timidezza che le bloccava persino la parola.
“Ecco signora, sua figlia balla meravigliosamente, ora sarebbe bene che le insegnasse anche a parlare” disse a Clara un giovanotto che quella sera aveva ballato con Agatha.
Queste parole offensive fecero scattare in lei la capacità di trovare subito le alternative: avrebbe parlato attraverso la scrittura. Tornò a casa e iniziò con la poesia, la sua prima raccolta fu pubblicata sul The Poetry Review. Poco dopo però si ammalò e fu costretta a restare a letto per un bel po’ di tempo, la madre intuì il suo disagio e la esortò a scrivere un racconto.
“Non so farlo” disse lei “Come puoi saperlo se non provi” le rispose la madre mentre le metteva in mano un quaderno e una penna. In due giorni scrisse The house of Beauty e poi lo trascrisse a macchina, la sua Empire dal nastro viola. Ne scrisse altri e li inviò a varie case editrici, ma fu soltanto l’inizio dei costanti rifiuti che avrebbero scoraggiato chiunque, ma lei no. Decise di mettere a frutto tutto quello che aveva visto nei suoi viaggi per trovare l’ispirazione per altre storie e, nel frattempo, tornò alla vita sociale fatta di teatro, viaggi e concerti.
Ancora rifiuti, secchi, decisi, alcuni editori le consigliarono addirittura di dedicarsi ad altre attività, ma lei non li ascoltò. Continuò a scrivere per il piacere di farlo, ma anche per giungere ad acquisire un suo stile ed un suo filone narrativo, che trovò quando iniziò a leggere appassionatamente Sherlock Holmes e Arsenio Lupin, grazie a questi personaggi capì che i suoi dovevano essere racconti polizieschi. Comunicò la cosa a sua sorella Madge la quale dubitò di questa sua capacità. Mi piacerebbe provare, disse Agatha, scommetto quanto vuoi che non ci riuscirai, fu la risposta di Madge. Fu proprio questa risposta sprezzante a darle la spinta, quindi dobbiamo ad una sorta di sfida familiare, verso gli altri e verso se stessa, il piacere di avere avuto la più grande giallista di tutti i tempi! Per questo motivo, ma anche per poter affrontare le ansie e le paure quotidiane delle guerre che si susseguivano, tra i disagi, le mancanze e i suoi impegni di crocerossina, lei evadeva creando situazioni irreali in cui immedesimarsi. E nacque Poirot. A metà del suo primo romanzo giallo la madre la incoraggiò a trascorrere qualche giorno vicino Torquay per meglio concentrarsi. E fu lì che lo terminò, ma le case editrici consultate continuavano a respingere senza garbo. Preso il diploma in farmacia, accolse il ritorno dal fronte del suo primo marito che ricevette un incarico al Ministero dell’Aeronautica a Londra. Dovette andare via dalla sua casa e dalla sua campagna, dovette accettare di essere molto spesso da sola per via delle sempre più frequenti assenze di suo marito, e nella ripetitiva umiliazione dei costanti rifiuti degli editori. Tra tanta tristezza una sola grande gioia, la nascita della sua unica figlia Rosalind, nascita che coincise con la fine della guerra e l’inizio finalmente delle pubblicazioni: una casa editrice le pubblicò – Poirot a Styles Court – Nonostante un contratto capestro (niente compensi per le prime duemila copie vendute e cessione dei diritti per altri cinque romanzi a pari condizioni) lei era euforica, aveva persistito e ce l’aveva fatta, la sera stessa uscì con suo marito per festeggiare in un buon ristorante londinese.
“Capii dopo che, già da quella sera, Poirot era entrato nella mia vita per non farsi mandare via mai più”.
Quando acquistò la sua auto con i guadagni del suo primo libro, Agatha si concesse il permesso di definirsi una scrittrice professionista. Intanto in Europa torna il benessere economico e lei continua a guadagnare con le pubblicazioni, scontato quindi l’acquisto di una casa nel centro della campagna inglese. Purtroppo però l’attendevano nuovi dolori: muore la sua amata madre e, suo marito, infastidito dal successo della moglie, si da sempre più al lusso e alla vita mondana lontano da lei persino nei giorni del lutto, lui non riusciva a condividere il dolore con nessuno meno che mai con lei e, colpo finale, poche sere dopo le comunica di amare un’altra donna, una banale ragazza conosciuta al golf che lui preferisce alla sua famosa moglie, tanto da voler lasciare lei, la casa e la loro figlia. La sera stessa in cui il suo Archie le comunicò tutto ciò, Agatha lasciò sua figlia che dormiva, si mise in macchina e sparì nella notte. La mattina seguente la sua Morris fu ritrovata lungo le rive di un lago con i fari accesi, il suo soprabito sul sedile, una valigia e la patente, indizi questi che fecero subito pensare ad una tragedia avvenuta. Ebbe inizio così il suo giallo più riuscito, certamente il più famoso. La notizia della scomparsa di Agatha Christie fece subito il giro del mondo, il Daily News offrì cento sterline per chiunque desse notizie della scrittrice, una quantità enorme di volontari furono smistati nelle ricerche per le varie contee, dai poliziotti ai netturbini, dagli amici ai parenti ai lettori e persino ai colleghi scrittori, primo fra tutti Artur Conan Doyle che collaborò fisicamente offrendo la sua arguzia per tentare di capire cosa fosse capitato alla sua stimata collega. E invece, in mezzo a tanta agitazione e notorietà, un semplice investigatore ebbe l’intuizione giusta e trovò Agatha che si godeva giorni di relax in quella che oggi definiamo una beauty farm, vittima di una sorta di perdita di memoria, certificata poi da vari medici specialisti.
Nonostante il referto, i giornali inglesi le si scagliarono contro per aver ingiustamente causato ansia a tutta la nazione, per aver fatto sprecare denaro pubblico e tanto altro ancora, fino ad innescare nell’opinione pubblica il sospetto che fosse stato tutto congegnato e attuato da lei stessa per procurarsi tanta pubblicità. Ancora adesso c’è qualcuno che aderisce a queste tesi, aggiungendoci anche una calcolata vendetta verso il marito. Da tutto questo Agatha doveva fuggire, così per qualche mese si rifugiò alle Canarie con sua figlia, il tempo necessario per smaltire tutto, ritrovare la serenità, rimpatriare, divorziare e tornare alla scrittura che le garantì altri successi. Bramosa come era di conoscere posti nuovi per ispirarsi e scrivere, un giorno salì a bordo del famoso Orient Express dove realizzò il suo capolavoro. Tra argenterie e poltrone di velluto porpora, aristocrazia e severo bon ton scrisse l’astuta trama di quello che sarebbe divenuto un grande best seller, difficilmente eguagliabile. Torna in patria soltanto per il Natale ma poi riparte subito per nuove escursioni, stavolta privilegiando soprattutto quelle condotte in alcuni siti di scavi archeologici. Ed è qui che incontra colui che divenne poi il suo secondo e ultimo marito, l’archeologo Max Mallowan di molti anni più giovane di lei. Acquietata la sua vita privata e sentimentale, Agatha crea l’altro suo personaggio di successo, Miss Marple, la zitella di 65 anni, furba, curiosa, diffidente, capace di prevedere una disgrazia prima che accada, ingannatrice nel suo aspetto innocuo e banale sul quale lei stessa puntava per fare domande senza destare sospetti e godersi poi il trionfo quando, a dispetto del solito ispettore incapace, è lei che fa scoprire tutto, che racconta come è giunta a quella deduzione, che incastra il colpevole mentre sferruzza sulla sua poltrona o se ne sta seduta nel salotto di una pensioncina di provincia. Con lei la Christie è stata capace di far amare un personaggio femminile desueto, pettegolo e antiquato sul quale nessun editore ci avrebbe investito un centesimo.
E ancora una volta fece centro!
La seconda guerra mondiale non la fermò, nonostante dedicasse molto del suo tempo alla cura dei reduci e dei soldati feriti, lei trovò spazio sufficiente nella giornata per scrivere la versione teatrale di alcuni dei suoi gialli, e qui ancora record di rappresentazioni come nessun altro autore prima di lei, e le vendite di Dieci piccoli indiani toccarono i cento milioni di copie ponendola di diritto tra gli autori più letti al mondo. Sentendo sopraggiungere la vecchiaia, Agatha decise di porre fine alla vita di Poirot scrivendo Sipario, è qui, tra le ultime pagine, che il suo amato-odiato personaggio muore lasciando nello sgomento la folla dei suoi lettori. Compresa me.
A riprova della incredibile popolarità di Poirot, il 6 agosto del 1975 il New York Times ne pubblicò il necrologio considerandolo una creatura vera, non frutto della fantasia di una giallista impareggiabile. Pochi mesi dopo ci lasciò anche lei.
Dove questo genio riposa, una lapide porta incisa le frase da lei scelta, tratta da un poema di Edmund Spenser:
Tempo di riposo dopo tanto lavoro
rifugio di pace dopo i giorni di tempesta
riparo benedetto al termine della guerra.
La morte è dolce dopo una vita così aspra
Agatha Christie è stata per me e per mia figlia Melania una di famiglia, per i tanti pomeriggi invernali trascorsi a vedere le video cassette dei suoi racconti senza mai stancarci o ritenerle superate visto che sapevamo bene come si svolgeva ogni cosa e come andava a finire ogni cosa, chi era il colpevole e come aveva fatto a compiere quel delitto credendo di non essere mai scoperto, quali erano gli indizi, come si era giunti alle conclusioni. Idem per i suoi racconti scritti, sempre accattivanti nonostante sapessi già tutto, cosa questa che rende il giallo un libro da conservare dopo che hai terminato di leggerlo.
No, con i gialli della Christie non è così.
Io rientro in quella categoria dei suoi lettori che pensano a Poirot e a Miss Marple come reali, che fantastico su quei villaggi da lei descritti tanto da desiderare di andarci per sorseggiare anche io il tè in quel modo, in quelle sale da tè e non altre, di mangiare quei dolci e non altri, di passeggiare tra quei cottage immaginando di incrociare la Marple con la sua lente d’ingrandimento appesa al collo, di essere a Londra dinanzi al palazzo dove era lo studio di Poirot pensando di bussare ed entrare per trovarci tutte le tracce delle sue maniacali perfezioni, il gel con cui impomatava i suoi mustàche, l’ordinatissimo archivio di Miss Lemmon e i ricordi delle incapacità deduttive del capitano Hastings, di seguire la logica di Poirot come fossi un segugio che annusa le sue celluline grigie ancora presenti, rimaste lì su quella scrivania art decò…
Per questo e altro ancora la Christie è stata per me, e resta, la numero uno della narrativa giallista di tutti i tempi. Poco più sotto, a pari merito, se vogliamo rimanere nel periodo fine ottocento inizi novecento e un po’ oltre, nella mia classifica si trovano Arthur Conan Doyle con il suo affascinante investigatore londinese Sherlock Holmes, e George Simenon con il suo pacato, flemmatico e famoso fumatore di pipa nonché francese commissario Maigret. Ma più sotto…
Annamaria Porrino
Presidente de Le Silenziose


