di Annamaria Porrino
Torno bambina e, per 24 giorni consecutivi, apro caselle e ci trovo 24 cose che ritornano alla mia memoria come tracce di vita vissuta

Il calendario dell’Avvento ha la sua origine nel 1920 ad opera dello stampatore tedesco Gerhard Lang il quale, ricordando come da bambino faceva la conta di quanti giorni mancavano per il Natale con i 24 dolci che la madre preparava esattamente 24 giorni prima, ebbe l’idea di creare un calendario specifico per l’Avvento. Della grande varietà di calendari dell’Avvento che si creano o si stampano ogni anno, io adoro quello di legno decorato vintage, molto vittoriano, con finestrelle da aprire giorno per giorno per la curiosità di vedere cosa c’è dentro, in genere disegni che rappresentano qualcosa o dolcetti mignon a tema natalizio, e io ovviamente opto per quello con i disegni a tema.
E così, dal nulla, guardando svogliatamente una serie di vetrine addobbate quasi tutte uguali, e musicate quasi tutte uguali, mi nasce l’idea di fantasticare su di un immaginario calendario dentro il quale, ad ogni casella, troverò una sequenza di disegni, oggetti e scritte che ripercorreranno un po’ la mia vita. Torno a casa, accendo il camino, mi accomodo in poltrona e mi immagino bambina, ma con l’esperienza e la maturità di me adulta, ad aprire un inesistente calendario dell’Avvento con la mia manina infantile e, casella dopo casella, prendere quello che c’è dentro e passarlo alla me adulta. E allora ecco, quest’anno è questo il mio straordinario quanto surreale calendario dell’Avvento.
1 dicembre: Una bambola. È di quelle dal vestito pomposo, gonfiato da una sottogonna, e scarpine di vernice lucida con chiusura a bottoncino. Ricordo bene quando la ricevetti, ero contenta, le pettinavo i capelli, le mettevo dei nastrini tra le treccine, le facevo quello che vedevo fare da alcune mamme alle loro figlie. Ricordo anche che mia sorella ne ricevette una più bella e più costosa, ma lei voleva sempre la mia. E ha continuato così anche oltre l’età delle bambole …
2 dicembre: Un agrifoglio. Classico simbolo dell’inverno inoltrato, io ne faccio sempre motivo di passeggiate in montagna per raccoglierlo a fasci e decorare la casa con i naturali colori dell’inverno. Se poi si trovano anche quelli un po’ brinati o innevati, beh allora mi sento nordeuropea come le immagini che quei luoghi ci mostrano, e sento di più il Natale se appendo alla porta d’ingresso una ghirlanda così. E se la neve da noi non cade, beh pazienza, ma di certo non ricorro a quella spray.
3 dicembre: Una pigna. Oh si, quante ne ho cotte vicino al calore della brace nel camino! Il profumo si spandeva in tutta la casa, e che piacere dopo cena scavare pinolo dopo pinolo per mangiarceli con le dita affumicate dagli spicchi della pigna cotta, era un semplice rituale che mi portava ai tempi lontani dei nonni paterni dei quali ricordavo pochissimo ma che sapevo facevano così nei giorni del Natale, nella loro casa con tanti figli e tante finestre le cui imposte si chiudevano appena si faceva buio, non era conveniente che si vedesse la vita interna illuminata dai lampadari con una singola e fioca lampadina Era anche il segnale che ci si doveva coricare presto, la vita ai loro tempi si doveva svolgere alla luce, non nelle tenebre, così definivano le notti, per darne un senso macabro, tipo i racconti di E. A. Poe
4 dicembre: Una letterina di Natale. Le mie le preparavo io stessa, anno dopo anno, sotto la guida della maestra, con fogli strappati dal quaderno a righe, quello usato per il dettato in classe, e che poi mettevo sotto il piatto di mio padre il quale, dopo aver consumato la prima portata alla cena della vigilia, doveva prima fingere di essere sorpreso e poi fingere di dover chiedere a mia madre cosa mai ci fosse in quella busta perché lui non ne aveva proprio idea, mentre lei indicava me senza pronunciare il mio nome, delusa perché mia sorella si rifiutava sempre di scrivere la sua. Era mio padre che doveva leggere a nome mio, così venivano resi pubblici i miei buoni propositi per l’anno nuovo, gli auguri di salute e felicità per tutta la famiglia, e qui era d’obbligo srotolare tutta la genealogia partendo dai bisnonni anche se defunti, poi i nonni presenti e non, gli zii e le zie, i cugini e le cugine, padre, madre, sorella e finalmente si arrivava a me, ma soltanto per promettere di essere sempre più buona e obbediente. E quando l’elenco terminava, il piatto di mio padre si era riempito di quelle polverine dorate con le quali completavo i disegni che incorniciavano il foglietto, e lui, scontroso come sempre, chiedeva a mia madre perché mai ogni anno dovesse fare questa pantomima e, senza mai guardarmi neanche per volgermi un misero sorriso di circostanza, chiedeva la portata successiva.
Si, lui non vedeva l’ora che tutto finisse per tornare in camera da letto tra i suoi giornali e la sua radio. Ed io nascondevo la delusione causata dal fatto che, come sempre, mio padre non leggeva la parte finale della letterina, che in realtà era la mia preghiera a Gesù Bambino affinché facesse in modo che qualcosa di buono arrivasse anche ai bambini poveri, cosi da renderli felici come noi che poveri non eravamo, ma appartenenti a quel piccolo ceto medio basso che il mio padre socialista ci imponeva con austerità, senza sprechi, quelli erano tipici dei capitalisti, diceva, e noi dovevamo avere una mangiatoia bassa, così diceva. Ho dovuto diventare adulta per capire il senso di questo motto: intendeva dire che, per affrontare bene la vita da adulti dovevamo abituarci sin da piccoli a superare difficoltà e ostacoli per ottenere qualcosa, senza facilitazioni di alcun genere. Ma poi, man mano che faceva carriera fino a divenire quello che ai nostri tempi si definiva un pezzo grosso, la nostra mangiatoia rimaneva in alto, sempre più difficile da arrivarci, mentre la sua era sempre più bassa, facile e veloce da raggiungere. E saziarsene…
5 dicembre: È scritto – Continua a fare ciò che ti dà gioia – Beh, io voglio continuare a raccogliere margherite per intrecciarle e mettermele tra i capelli avendo anche il coraggio di uscire così, leccarmi le dita dopo aver mangiato un quadratino di cioccolato fondente con pezzi di arancia candita, conservare i biglietti delle mostre d’arte visitate durante l’anno, rileggere Keats sentendo le canzoni di Yves Montand, continuare a credere che ogni bella addormentata prima o poi si sveglierà, che i buoni diventeranno i primi e i cattivi gli ultimi, che la mia mente continuerà a farmi comporre poesie e racconti, che ogni anno parlerò ai miei amati cipressi e spanderò alle valli toscane le mie gioie. Io voglio continuare a specchiarmi nei meravigliosi occhi verdi di mia figlia
6 dicembre: Un altro scritto: – Ogni mattina fai qualcosa che ti fa iniziare bene la giornata – Inutile ricordarmelo, ogni brutto del ieri non lo faccio mai venire a dormire con me tra le mie lenzuola bianche che sanno d’acqua benedetta e mughetto. E dimentico ogni persona che invece con il male ama conviverci e persino addormentarcisi avvinghiata, per me non sono mai esistite. È così che scanso il pericolo di cadere nell’astio, o peggio, nel risentimento corrosivo che porterebbe al desiderio di vendetta.
No, io rendo inesistenti coloro che deviano per scelte non consone alle mie, diventano invisibili, così se li incontro, io li trapasso indenne. Eh si, sono invisibili quindi non hanno corpo. In pratica non sono nulla.
7 dicembre: Un cuore rosso. Il sentimento è da preservare e proteggere come fosse delicato più del cristallo, un cuore lindo è la più alta dote di cui sarebbe lecito vantarsi. Scriviamo una frase d’amore e appendiamocela al collo insieme agli altri ciondoli, saremmo costretti a rileggerla ogni sera che ci svestiamo e ogni mattina che ci svegliamo ad un nuovo giorno, forse è così che ci convinceremo che l’amore è l’unica grande bellezza della vita, l’unico diritto che non dovremmo mai farci sottrarre per continuare a definirci vivi.
8 dicembre: Una ghirlanda di dodici lucette illuminate a forma di stelle. Le ghirlande sono un must natalizio cui nessuno si sottrae: sintetiche, naturali, dorate, bianche, verdi, con le luci, senza luci, tonde, piccole, grandi, con fiocchi, senza fiocchi. Le vedi appese alle vetrine dei negozi, ai vetri dei palazzi, ai portoni, alle porte di casa, insomma quasi nessuno si sottrae al fascino delle ghirlande e forse per ognuno ha un significato, o ricorda qualcosa, o una vecchia tradizione paesana e familiare. Per me, questa ghirlanda di dodici luci mi ricorda la corona di dodici stelle della Madonna, è proprio l’otto dicembre che viene ricordata e festeggiata la sua Immacolata Concezione. Per molti è da questa ricorrenza che si può dare inizio ai preparativi e ai festeggiamenti del Natale, non prima. Io sono tra quelli che stanno a metà, è esagerato iniziare a novembre ma al primo di dicembre è più che lecito.
9 dicembre: È un disegno che ritrae scoiattoli, cerbiatti e passerotti in un bosco innevato. Quante di queste immagini abbiamo visto tra le pagine dei libri di favole ambientate nel periodo natalizio, e tutto sembrava più fiabesco: rami carichi di neve, fringuelli intirizziti dal freddo e animali d’ogni genere con testa e orecchie coperte di neve, intenti a cercare un po’ di bacche per nutrirsi, e tutto era affascinante e tenero. Io cercavo di immaginare i popoli che vivono da quelle parti così fredde e nordiche, li vedevo alti e forti, coperti di pellicce e colbacchi, che si spostavano a bordo delle slitte per raccogliere legna, immaginavo le loro piccole case sparse tra i boschi illuminarsi dall’interno grazie ad una sola lanterna, con il fumo del comignolo a disegnare sagome nel cielo che mai diventava scuro come da noi. Il silenzio su tutto, e questo tutto mi sembrava più magico.
10 dicembre: È la foto di un piatto di struffoli. Chiamasi struffoli dei pezzetti di un impasto, classico nei suoi ingredienti ma aromatizzato con un po’ di liquore Strega, che vengono fritti, asciugati e tuffati in un tegame con miele e confettini colorati, si mescola il tutto su una fonte di calore e si dispongono a forma circolare su un vassoio da portata, guarnendo con frutta candita. Il piacere è mangiarli uno ad uno mentre passi vicino al vassoio, mentre vedi la tv, aspettando che si prepari la cena, parlando a telefono con l’amica, prima di uscire, appena rientri, insomma ogni momento è buono per prenderli uno ad uno e gustarseli fino a leccarsi le dita dai residui di miele colante.
11 dicembre: È lo stralcio di una poesia.
“ La mia vita è un soldato di sentinella/da sempre immobile
come modellino di legno/Finché un giorno come tanti
qualcuno dimenticò di chiudere la guardiola.
Scoprii così/che poteva esserci il mattino ”
È parte di una mia poesia, composta nel 2005, una delle tante che ho scritto e da tempo, di volta in volta, pubblicate. La me bambina sapeva che anche così avrei dimenticato il dolore, mostrando a me per prima, agli altri poi, quanto di grande sono riuscita a fare nonostante i tanti chiodi sparsi, più delle briciole di Pollicino, lungo i sentieri della mia vita. E i tanti lucchetti arrugginiti attaccati per anni ad ogni mia porta chiusa, ma che io ho aperto, senza prendermi neppure il tetano.
12 dicembre: Un abete vero. Appena ebbi una casa tutta mia, ricordo bene la mia caparbietà nel volere a tutti i costi un vero abete da addobbare, e non mi importava che ogni anno questo poveraccio a Natale arrivasse quasi completamente privo di aghi, caduti a causa del calore interno cui l’alberello non era abituato.
Eppure era bellissimo, anche ridotto così, illuminato da vere candele che io accendevo nonostante il grande rischio che andasse a fuoco l’intera casa, e decorato con palline che creavo io con la tecnica del decoupage e del patchwork. A sera spegnevo le luci di casa e mi incantavo a guardare il delicato romanticismo di quest’albero dalle fiammelle tremolanti, un po’ fantasticavo, un po’ romanzavo questi momenti con i quali me ne andavo a letto leggera, lasciando al freddo del pavimento la quotidiana realtà che di dorato non aveva proprio nulla.
13 dicembre: L’immaginetta di Santa Lucia. I popoli del nord Europa festeggiano solennemente Santa Lucia alla quale affidano anche l’inizio delle festività natalizie. Bellissimi quei bambini, vestiti da lunghe tuniche bianche, a reggere una candela ognuno di loro, in quelle chiese così intime e prive d’orpelli da sembrare una grande sala di casa, composti in ordine di altezza davanti l’altare al cui centro c’è la ragazza che per quell’anno deve personificare la santa, e per questo le poggiano sul capo una ghirlanda in ferro che deve sostenere una serie di candele accese. È suggestivo che l’interno della chiesa sia al buio, cosi come la via principale della città lungo la quale procede la processione con a capo la ragazza e dietro tutti i bambini che erano in chiesa. Bambini in fila con candele accese, avanti a tutti la ragazza con in testa una intera ghirlanda di candele accese, i paesani posti ai due lati della strada anch’essi con candele accese tra le mani, e cori di voci bianche a cantare melodie centenarie, insomma momenti di suggestione che ogni anno attirano turisti da ogni dove, e impegnano gli abitanti del luogo per almeno un mese prima, un misto di tradizione popolare e religiosa che prosegue da secoli senza che mai l’abbiano fatta divenire fuori moda. E a me piace tanto, eppure sono una italiana meridionale.
14 dicembre: La foto di un termosifone. Oh si, mi ricordo. Nella cucina soggiorno di casa mia c’è un camino dove in pratica si vive buona parte della giornata. Si avvicinava il Natale, io e mia figlia a goderci ogni giorno un film a tema nell’atmosfera della casa addobbata e del camino sempre acceso, e ovviamente in tutti questi film il protagonista era quasi sempre Babbo Natale che affrontava mille peripezie, non soltanto per riuscire a consegnare in tempo i doni a tutti i bambini del mondo, e ovviamente ci riusciva perché era dotato di super poteri, ma per scansare ostacoli d’ogni genere che i cattivi preparavano contro di lui. Impossibile che un film natalizio non avesse la morale giusta: i cattivi finiscono male mentre i buoni vincono e vengono anche premiati. Mentre vedevamo uno di questi film, mia figlia, all’epoca bambina, mi fa una domanda che porrebbe ogni genitore in seria difficoltà:
– ma nelle case dove non c’è il camino, Babbo Natale da dove entra per lasciare i regali? – Ed io, senza scompormi né perdere un istante di tempo, le dico – ma dai termosifoni ovviamente – Cantai vittoria per questa briciola di genialità, d’altronde stavamo parlando di qualcosa di prodigioso, di surreale, che nessun altro essere umano poteva fare, perché quindi non credere a questa mia risposta. Ma Melania, che era già troppo intelligente per la sua età per caderci, guardò il camino e poi il termosifone, rendendosi conto che le dimensioni dell’uno erano il quadruplo delle dimensione dell’altro. Forse ebbe compassione di me perché finse di crederci, e finse proprio bene! Fu allora che decisi che non le avrei mai raccontato fesserie nella nostra vita, ma soltanto verità, anche le più difficile da credere o le più dolorose da affrontare. E lo sono state. Anche per questo è venuta fuori una guerriera che ha dovuto sempre lottare per sommare le sue tante vittorie, per creare e crearsi, mai dimentica della sua infanzia romantica e straordinaria che le ha lasciato la gioia di ogni istante di vita, la voglia di circondarsi delle persone amate perché da lei stessa scelte, di stare insieme a festeggiare ogni cosa, di sognare perché spesso lei i suoi sogni li ha realizzati. Un po’ donna nella sua elegante femminilità, un po’ maschio nella durezza con cui spesso bisogna affrontare il mondo e chi lo popola, un po’ bambina con tutto il bagaglio di quella meravigliosa infanzia che con me ha vissuto.
15 dicembre: La copertina del libro di favole – La piccola fiammiferaia – Eh si, alla recita di Natale della prima media, fui scelta io per personificare questa bambina povera e sola al mondo, avendo perso anche la sua tanto amata nonna. Era la classica favola dove la protagonista è in totale povertà, che vaga per le strade fredde di neve tra gente indaffarata per i preparativi di Natale che ignora le sue preghiere di acquistare le sue scatole di fiammiferi, le uniche cose che poteva sperare di vendere. Alla notte della Vigilia la piccola, esausta e senza un soldo, si accascia nell’angolo di un palazzo e per scaldarsi accende uno alla volta i suoi pochi fiammiferi. Ed ecco la fantasia della novella: tra le fiammelle le appare la nonna, le sorride, la carezza e le dice che ha finito di soffrire, che presto sarà con lei per non separasi mai più.
Al mattino del 25 i passanti trovano il corpicino congelato della piccola fiammiferaia che aveva davvero finito di soffrire. Ecco, a detta degli spettatori presenti, io ero stata molto brava a recitare la parte e che, al momento cruciale dell’apparizione, il mio dire – nonna, nonnina cara, sei proprio tu? Prendimi con te nonnina ti prego… – io abbia commosso tutti. Mi conquistai così la fama, io non ero più Annamaria Porrino ma la piccola fiammiferaia. Mio padre era giro per l’Italia per la sua attività politica quindi non seppe nulla di questo evento, e se pure lo avesse saputo non lo avrebbe interessato, mia madre pur avendo tempo in quanto casalinga non venne, non lo ritenne indispensabile. Quando poi fu chiamata dal preside per essere informata sulle mie doti che lui riteneva dovessero essere seguite con studi specifici oltre quelli scolastici, lei disse di no. La stessa sorte la ebbi quando iniziai a studiare pianoforte perché a mia sorella nacque questo capriccio, quindi ero io che dovevo accompagnarla nonostante io fossi la sorella minore e lei la maggiore, ed ero io che dovevo aiutarla a studiare nonostante io facessi la prima media e lei il secondo superiore. Durò poco, nel dubbio che mia sorella si annoiasse anche di questo, mia madre non compro il pianoforte che si riprometteva di acquistare se mia sorella avesse continuato gli studi da un professore privato. Nell’attesa io mi allenavo su una tastiera di cartone che colorai con i tasti bianchi e quelli neri, poi dal professore, prima di entrare per la lezione, suonavo sul pianoforte che era all’entrata. Mia sorella no. Quando il professore si permise di dire a mia sorella che non faceva alcun progresso mentre io si, riferito ciò a mia madre, entrambe terminammo le lezioni di piano. Il professore insistette con mia madre che facesse continuare me, ma lei non volle. E fu lo stesso quando iniziai a fare ginnastica artistica nella palestra della scuola, fui scelta per formare la squadra della mia città che doveva partecipare alle gare nazionali al Foro Italico a Roma. Da sola andai al pulmann, feci la mia competizione ponendomi a metà classifica, tornai e non c’era nessuno a prendermi, a piedi tornai a casa e, mentre iniziai a raccontare a mia madre tutta l’esperienza, lei mi fermò subito, mia sorella poteva risentirsi di qualcosa che io avevo fatto e lei no. Era talmente consueto questo comportamento che ci convissi per decenni, legittimandolo persino.
Ho dovuto entrare negli anta per rendermi conto che non lo era, che si trattava di costante maltrattamento e sfruttamento, che avrei dovuto ribellarmi, che avrei dovuto… Troppe cose avrei dovuto. Non mi sono amata, quindi non mi sono protetta, tutte le spade ficcate sin nelle costole dalla mia famiglia e da altri poi, me le ha tolte una ad una mia figlia. E va bene così. Oh piccola fiammiferaia, non hai dovuto morire per vedere la luce ed essere amata, hai generato un capolavoro che ha sostituito tutti, che capolavori non lo erano né mai avrebbero potuto esserlo.
16 dicembre: Una pagnotta di pane giallo e alto poggiato su una tabella della tombola. Mi basta vedere una pagnotta di pane alta almeno venti centimetri e impastata con farine gialle, e il mio ricordo va ai miei amati zii materani, zio Tonino e zia Lucia, quella la cui obesità ci portava a definirla la donna a cuore. Lui lo zio amorevole, divertente, che amava tutti i bambini perché loro due non avevano avuto figli, lui che beveva e scherzava, brindava e ballava, tutto il Natale girava intorno alla sua gioia di vivere, che non smetteva mai di dimostrare. E lei che si vestiva come una bambina, che metteva i fiocchetti tra i capelli e si innamorava di ogni bambola che vedeva, che si dipingeva le labbra di rosso e metteva scarpe di vernice nera con tacco a spillo. E dopo la cena della vigilia, era d’obbligo giocare a tombola per attendere la mezzanotte tra battute e scaramanzie legate ad ogni numero che veniva pescato da una sorta di pallottoliere, e noi con la schedina di cartone a mettere un fagiolo ad ogni casella il cui numero estratto era presente sulla nostra schedina. E se qualcuno si alzava dalla tavola un po’ bruscamente, era tutto da rifare perché i fagioli di tutte le schedine cadevano a terra. E c’era sempre quello che credevamo fosse il meno probabile vincitore, che gridava prima di tutti – tombola ! – e subito una scia di lamenti perché a sentirci tutti noi stavamo per fare tombola proprio nello stesso momento. E queste immagini nostalgiche e passate mi portano allo straordinario film di Monicelli -Parenti serpenti- dove tutto si svolge tra la vigilia di Natale e il veglione di Capodanno, e tutto è come da copione: i genitori vecchi che iniziano a diventare un peso, la cognata malvista, il fratello che si fa sottomettere da lei, le sorelle che parevano andassero d’accordo ma poi al primo ostacolo sviolinano rancori nei decenni accumulati, i pettegolezzi ad ogni passeggiata per il corso del paese su ogni passante verso cui raccontavano persino le vicende dei bisnonni, la processione, la lunga messa di mezzanotte con il visone addosso, segno di buona posizione sociale ed economica. Si, Parenti serpenti mi ricorda i natali con i miei amati zii e quelli senza di loro nelle tradizioni portate avanti con mia figlia, io e lei a guardarci i più bei film a tema natale, senza mai stancarci né ritenerli superati, fanno parte del nostro tradizionale e familiare Natale, il più bello che possa esserci, noi non lo scambieremmo con nessun altro ! Gli altri componenti del palcoscenico natalizio, defunti o per loro volontà fuggiti, che con tanta fatica mettevo in piedi, sono evaporati più dei fumi dei comignoli, senza lasciarci neppure una traccia di cenere.
17 dicembre: Una teiera e due tazzine, in miniatura. Non sono anglosassone ma amo molte cose di quel popolo, a iniziare dal rito del tè che io cambio in – rito della tisana – Adoro i gialli di Agatha Christie, di cui posseggo l’intera collezione non soltanto dei suoi libri ma anche dei film tratti dai suoi mitici gialli. E anche questo ho condiviso con mia figlia, già da piccola, per portarla anche in questo modo a riempire i suoi giorni di tutto quello che può fare bene, senza scusanti di fretta e stanchezze varie. E così, con lei piccola, imitavamo i personaggi della Christie proprio con la cerimonia del tè, per noi tisana: teiera fumante di aroma speziato e caldo, tazzine di ceramica decorata e tovagliolini di lino, in ogni stagione dell’anno. Ancora adesso lei non va a letto se prima non ha sorseggiato una buona tisana, con le stesse modalità di apparecchiatura, e quando siamo insieme non perdiamo i luoghi dove possiamo ripetere questo cerimoniale con sempre maggiore gusto, come da Babington a Roma dove quel tintinnio di cucchiaini e quelle alzatine piene di scones ci fanno sentire in una dimora dello Yorkshire.
18 dicembre: Una spilla a forma di campana rossa e dorata. Ebbene si, e non me ne vergogno, qualche giorno prima del 25 io inizio a indossare una camicia bianca al cui colletto aggancio una spilla fatta di campane con tanto di campanaccio e palline rosse, in versione mignon naturalmente, con sopra un cardigan rosso e corto su una gonna lunga o su pantaloni corti alla caviglia, entrambi di stoffa scozzese. E per creare atmosfera, poggio sul davanzale del soggiorno una serie di candele di varia misura, spengo il lampadario e me ne sto lì a godermi quest’aria silenziosa e placa che mi abbraccia, ed io la lascio fare. A tarda sera, prima di spegnerle per salirmene in camera da letto, consegno loro i sentimenti provati in quella giornata, sono sempre gli stessi da decenni e desidero che restino nel mio cuore infantile e ingenuo, così da non rischiare che cambi, mai, lo voglio così, non sarebbe il cuore mio se divenisse adulto quanto la mia età anagrafica.
19 dicembre: È una cartina geografica dell’Europa. Ebbene si, dopo decenni ininterrotti di Natali a casa mia, mano a mano che la parentela si è assottigliata sempre più fino a non esserci del tutto, decisi che il Natale dovevamo viverlo in luoghi privi di ricordi. E fu così che iniziammo da Praga, città affascinante, dalle piazze larghe contornate da palazzi fregiati, con il famoso Ponte Carlo in quei giorni innevato a trasudare fascino a tutte le ore di luce e di buio, la città dove ovunque avvertivi la presenza di Kafka e tutto si avvicendava tra bancarelle in legno, odori speziati, freddo e libri, ed io che alla sera mi accucciavo al davanzale dell’abbaino della nostra camera e tutto mi sembrava magico nel silenzio che accompagnava la mia penna; poi fu la volta di Budapest, il cui albergo che era nella parte bassa, ossia a Pest, aveva una grande vetrata su tutta la città e un enorme abete al centro della hall, ed io me ne stavo lì sotto, seduta su una poltrona, a guardarmi la città di sera, scrivendo di Buda che mi era piaciuta molto di più per la semplicità delle sue case, in stile tipicamente dell’est; poi volammo a Copenaghen, semivuota perché lì quasi tutti per Natale si trasferiscono nelle residenze di campagna dei familiari, fredda e buia già dall’ora di pranzo, e così capii il perché delle tante lanterne messe sui gradini delle case, servivano a dare orientamento a chi camminava nel buio e nella nebbia, e capii anche perché nelle camere non c’erano le tende, non occorrono, di giorno era quasi sempre nebbia e poche ore dopo calava la notte pur essendo ancora pieno giorno. Io riempii il lungo davanzale di tutti gli oggetti natalizi che avevo comprato al Parco Tivoli per dare alla camera una sensazione di festa oltre quell’eterno buio, e mi divertivo a far saltare in aria le monete danesi che, non so perché, avevano un buco al centro; e infine Londra, inaspettatamente superlativa, bella, vivace, dai quartieri interessanti oltre quelli segnalati da ogni guida turistica, da Notting Hill e le sue librerie a Piccadilly, da Trafalgar Square con Nelson a cavallo a Regent Street la strada circolare piena di boutique e artisti di strada, dai magazzini Harrod’s (dove trascorsi quasi mezz’ora per decidere se comprare la lattina di tè con l’immagine della regina o quella originale di Twinings) a Portobello’s Road con il suo mercatino dove avrei comprato tutto perché c’era di tutto, e tutto era accattivante, dai vecchi costumi teatrali alle insegne di vecchi pub. Dai vetri del taxi che ci riportava in aeroporto, salutammo le persone con la manina a girandola, come fa la Queen!
20 dicembre: È un disegno che rappresenta un nuvola che sorregge un paio di labbra che sorridono. E anche questo è una sorta di ritratto, è il mio sorriso a rappresentarmi, o meglio, a presentarmi. Mai spento, mai serrato, mai evaso, siamo un tutt’uno in una fusione congenita e fedele, è il mio segno di distinzione, la mia arma bianca e pacifica da esporre per abbagliare la vista a coloro cui questo sorriso infastidisce, che colpisce sempre chi della serenità altrui ne prova rabbia di invidia. In questo disegno il mio sorriso è poggiato su una nuvola, direi una perfetta allegoria dei miei sogni quotidianamente diurni, non è una illusione che inseguo per respingere la realtà, è il mio modo di elevarmi, io salgo sulla mia nuvola e mi lascio condurre, lei lo sa dove devo arrivare. E da lì urlo, per farmi sentire oltre le Alpi: non permettete mai a nessuno di tentare di convincervi che non valete nulla o che valete poco, chi ci prova sono proprio coloro che sono consci che non potranno mai essere come voi, o peggio, che voi stessi, senza volerlo, fate emergere le loro pochezze, le loro invidie, le loro malvagità. Poi, me ne scendo paga.
21 dicembre: È un quadro, è il dipinto di F.Lutzow che di recente ho recensito per Rai–Arte. Questa casella mi ricorda che ho scritto anche recensioni letterarie e artistiche nella mia carriera di scrittrice, prima per vari giornali e ora per vari portali online. In questo caso l’artista ha espresso molto bene la malinconica mestizia della solitudine. Qui si tratta di una donna anziana, delicatamente sgomenta, che ad occhi bassi osserva la sua tavola: non c’è una pietanza, non c’è un dolce, c’è soltanto un piccolo alberello con due luci, sulle altre sedie nessuno a farle compagnia. Sul suo volto non c’è rabbia, non c’è pianto ma soltanto una inconsolabile rassegnata tristezza.
Ecco l’esempio di una numerosa fetta di società che l’altra fetta ignora, una folla spesso convulsa che va di corsa e non guarda nessuno, consumistica, a volte rotante senza senso e così, le persone che restano sole, diventano sempre più numerose. Ed io non le dimentico, specie nei giorni di festa. Riguardo il dipinto, ora nella casella del mio calendario, e noto negli occhi di questa donna una piccola particella di speranza. Forse, è uno dei tanti miracoli che il Natale può fare, capovolgere la realtà e osservarla dal lato opposto per vederci persino un barlume di qualcosa di buono. Basterebbe questo a sentire di nuovo un po’ di vita …
22 dicembre: È la foto della vetrina di una pasticceria, e fuori nevica. Oh si, è il Natale che negli ultimi dieci anni trascorriamo ad Assisi, in un albergo con vista su tutta la valle che io ammiro appena mi sveglio e mi godo poi alla sera, nella grande hall tutta a vetrate, a scrivere d’ogni sentimento. Le passeggiate tra vicoli antichi, piazze accoglienti, negozi d’arte sacra antica e chiese tra le più intime abbia mai visto e goduto, tra l’immensità dell’arte di Giotto, che mi blocca il fiato ogni volta che ci entro, e la grandezza della santità che qui annusi ad ogni respiro. Le canzoncine natalizie che accompagnano i nostri passi, le sentiamo nei negozi ma vengono fuori anche dagli allestimenti luminosi, e la nostra tappa preferita, quotidiana, alla pasticceria delle nostre amiche: tutto è country chic, addobbi che potrebbero partecipare ad una gara e vincerla, gente che si gode il caldo interno sorseggiando tisane speziate e gustando dolci buonissimi, mentre si sorride guardando la montagna di meringhe in vetrina. Io opto per un cioccolato caldo con anice stellato, appendo la borsa alle corna di una delle renne luccicanti, e canticchio anche io sulle canzoncine a tema mandate a ripetizione senza che nessuno si stanchi di ascoltarle. Mi gonfio di una genuina aria natalizia e assorbo la spensieratezza degli altri villeggianti, qui sembrano tutti felici, ed è bello vederli così. E poi scrivo con la mia penna rossa dal pendente che tintinna ad ogni movimento. Si, anche così entro nell’atmosfera natalizia, genuina e semplice, vera nei sorrisi dei tanti sconosciuti che ti si siedono accanto. E nel tragitto del ritorno in albergo, io guardo sempre in alto le finestre delle case che mi fanno vedere parte degli interni, dove c’è qualche luce accesa e dove ci sono soltanto stanze buie, dove c’è qualche decorazione e dove no, dove si sentono fuoriuscire odori di cucina e voci e dove invece soltanto silenzio.
E c’è sempre qualche casa abbandonata, e lì mi fermo un attimo a chiedermi perché. Ma è Natale, e devo lasciarmi dietro le tristezze. Si, devo…
23 dicembre: È la copertina di un libro. Il mio libro. Il mio Natale ad Assisi, si intitola. E qui la commozione, seppur composta, è scontata. Quanto mi è piaciuto scriverlo, e persino presentarlo, io che è noto quanto detesti presentare i miei libri ad un pubblico presente cui esporre a parole quanto ho scritto. Era il 2019 che misi insieme i miei appunti, scritti nei vari anni, circa il mio Natale ad Assisi, foglietti volanti abbozzati qua e là che, messi insieme, hanno dato corpo al mio libro assisiano. La sindaca ne fu entusiasta, lo fece stampare in qualche centinaio di copie e lo inserì nel programma natalizio di quell’anno. Arrivammo il 23 e, appena misi piede in piazza, iniziarono i miei stupori: il mio libro era nelle sale della esposizione dei presepi antichi, nella vetrina dell’antica libreria, sui tavolini dell’Ente per il Turismo, nell’androne del Palazzo Comunale e in quello dell’Assessorato alla Cultura, nella hall del nostro albergo con i proprietari ad accogliermi con un affettuoso applauso, e in quelle della maggior parte degli altri hotel, e persino nella vetrina della cioccolateria. Che emozione, alla messa di mezzanotte, vederlo spuntare dalle tasche di alcuni cappotti, e l’indomani vederlo esposto nella libreria dei frati. Mi sentivo dilatata da una insolita gioia mista ad una inaspettata sorpresa. E questo era il 24. Il 25 mi informarono che stavano fotocopiando altre duecento copie perché quelle stampate erano terminate, idem il 26. Legarmi ad Assisi anche grazie alla mia scrittura è stato il regalo di Natale più bello di sempre.
24 dicembre: Un piccolo Gesù Bambino di ceramica, un po’ infreddolito. Eh si. Ad ogni Natale io, da bambina, risentivo nelle mie orecchie, come fosse un’eco lontana ma distinguibile, la strofa della famosa canzone Tu scendi dalle stelle, quella che diceva così – Tu scendi dalle stelle, oh re del cielo, e vieni in una grotta al freddo e al gelo – E ancora adesso, direi più che adulta, alla vigilia della nascita, io per qualche minuto ripenso al freddo provato da quel Dio che si è fatto infante per noi, nascendo nel nulla per dare tutto a noi. E ogni anno, mentre mi dirigo in chiesa, vorrei che tutti sentissero ardore per questa notte che incalza nella sua unicità, e rimanere poi in basilica per tutta la notte tra il presepe ormai completato e, in quel sacro silenzio, addormentarmi. All’alba uscire sentendomi rinnovata da una gioia non umana, quindi non descrivibile. E il mio primo pensiero va ai bisognosi, voglio credere che in questa notte ognuno di noi abbia pensato e fatto qualcosa per gli esclusi, gli emarginati, i sofferenti, i miei amati invisibili. Io lo faccio, nelle mie piccole possibilità, e per questo sento sempre di fare troppo poco, perché è troppo poco quello che si fa per questa umanità dagli occhi silenziosamente supplicanti.
25 dicembre: È il disegno di una piccola stella cometa poggiata su un altrettanto piccolo mappamondo. La cometa ha indicato, la notte ha partorito il Dio incarnato, l’Angelo della Gloria canta l’Adoremus, le campane suonano di giubilo. È il giorno più bello dell’anno, ed io tanta gioia auguro al mondo intero. È in questo giorno che voglio credere che almeno oggi si siano aperti i cuori duri che per tutto l’anno persistono a effondere il male, voglio immaginare un universale quanto soprannaturale stop cui tutti hanno voluto o dovuto aderire, voglio pensare che oggi ci siano carezze di perdono e abbracci di accoglienza, che ci siano parole d’amore o di pentimento, un gesto che faccia commuovere, un sospiro che dia speranza, uno sguardo commosso. Si, è proprio questo che desidero ad ogni Natale. E ora devo decidere cosa farne di questo speciale calendario dell’Avvento, se devo chiuderlo e riaprirlo il Natale prossimo sperando che ad ogni casella ci trovi nuove cose, o lasciarlo così, con le caselle aperte e scoperte, a ricordo di questo straordinario quanto immaginario percorso natalizio…
FINE


