Le Silenziose presentano il libro della nostra Vice Presidente

La strada di casa. Figli in cerca delle origini
di  Melania Petriello

“Questo è il viaggio di chi cerca e non trova, di chi vorrebbe ma non può, di chi vive sapendo di aver perduto tutto o sopravvive consapevole di non avere altro destino che la rassegnazione. È una calata alla sorgente di quel tutto che si imparenta col dolore “

Questo è l’incipit del libro della nostra Vice Presidente Melania Petriello che, nelle prime tre pagine, per spiegare al lettore il contenuto del suo libro, e del perché lo abbia scritto, dice questo: 

“In Italia, quasi mezzo milione di persone è ancora oggi alla ricerca del proprio pezzo mancante: la sua origine biologica. Figli adottivi che provano a dare risposta alla domanda: chi sono, da dove vengo? La legge protegge l’identità delle madri biologiche che partoriscono in anonimato, e tutela il vincolo d’amore delle famiglie adottive. Da un lato dunque c’è il patto di segretezza che nemmeno una urgenza può spezzare, dall’altro il disperato bisogno di un milione di figli che chiedono venga loro riconosciuto il diritto di conoscere le proprie origini. Questa legge, la n.184 del 1983, preserva tale segretezza per cento anni, di fatto rende impossibile alcun risultato. In opposto, la Corte Europea dei diritti dell’uomo, tra il 2012 e il 2017, ha invece riconosciuto il consenso ad ottenere tale conoscenza come diritto di ciascun essere umano, ritenendo quindi incostituzionale la legge del 1983. Eppure, nonostante gli sforzi inumani compiuti dalle associazioni, dalle singole persone e dagli avvocati, ancora non si rende possibile soddisfare questo bisogno.

In questo reportage dentro le storie delle persone che vivono in silenzio l’attesa e la paura della verità, si intrecciano legami, problemi giuridici, iter amministrativi, e tempi troppo lunghi. Attraverso un lavoro giornalistico di ricostruzione e narrazione, e attingendo alle voci di quanti affrontano in prima persona un percorso a ostacoli mobili, questo libro sceglie la centrifuga delle domande piuttosto che il balsamo delle risposte. Lo scrivo per chi questi fatti non li conosce, per i figli che ho incontrato, per chi mi ha affidato il racconto del frammento introvabile. Io faccio la giornalista, e sento il dovere di raccontarli”.

Ed ecco che da qui si svelano, capitolo dopo capitolo, le storie che Melania Petriello ha raccolto cercando tra i racconti appresi, e  nei suoi lunghi anni di giornalismo. 

Si comincia da Anna che corrisponde al numero 245, questo era scritto sulla medaglietta quando è nata e poi lasciata nella “ruota degli esposti” alla porta del brefotrofio di Napoli, una figlia della Madonna come si diceva allora, frase che procurava disprezzo e derisione da parte di quelli che nella ruota non c’erano stati. Anna viene adottata, amata, si sposa, ha tre figli, ma poi l’urgenza di un trapianto la spinge a cercare la vera madre, bisogno che la legge le impedisce di soddisfare. La trova tardi, in Canada, sotto una lapide che riportava il suo nome. Ho portato un fiore sulla sua tomba, dice Anna, e lì ho trovato pace. Anna è sopravvissuta alla malattia e ora lotta per far cambiare questa legge, ha creato un comitato che raccoglie firme e testimonianze. 

Poi c’è Tiziana, quella che al tavolo della cena non ha mai avuto colei che l’ha partorita, Tiziana che non somigliava a nessuno della famiglia, quella che alla sua richiesta di conoscenza un giudice le risponde – si rassegni –, quella che dice che se trovasse la sua vera madre le direbbe che non l’ha mai giudicata, quella che l’unica cosa che ha ottenuto nelle sue ricerche è che alla nascita venne chiamata Carlotta.

E c’è Rossella che ha partorito suo figlio quando aveva diciassette anni, che aveva creduto all’amore del suo fidanzato, quella che ripete sempre la parola vergogna. Rossella rifiutò di abortire come invece avrebbe voluto la sua famiglia, e in fondo anche il suo fidanzato, la Rossella che continuò ad andare a scuola senza vergognarsi della sua pancia che cresceva, che accettò di subire le punizioni dei suoi genitori, che rimase sconcertata quando scoprì che il suo fidanzato era schizofrenico. E poi giunse l’amico di famiglia, il saggio, quello che le fece apparire tutto facile se avesse deciso di affidare suo figlio appena nato ad una famiglia che poteva crescerlo bene, illudendola che poi, quando lei avrebbe potuto, se lo sarebbe ripreso. E Rossella ci credette, aveva soltanto sedici anni quando partorì in anonimato, e tutto finì mentre un altro tutto ebbe inizio. 

E poi c’è Emilia quella che definisce la sua una vita da mutilata, quella che si è unita al Comitato per avere più forza, più voce, quella che ha fatto emergere un altro aspetto doloroso di queste faccende: la presenza di fratelli o sorelle che desiderano quanto lei di conoscere il loro fratello o sorella abbandonati, che allenano la pazienza, che vogliono trovare la loro precisa collocazione nella storia. Emilia è quella che è nata quando occorreva dare un figlio ad una famiglia che non l’aveva, che scopre di essere stata adottata quando per caso legge la cartella clinica di sua madre, quella che poi corre all’orfanotrofio e riceve la certezza di essere una delle tante figlie dell’amore, come venivano ingentilite le gravidanze sulle donne di servizio ad opera del loro padrone. La madre adottiva di Emilia muore, lei fonda il Comitato per la ricerca delle origini. Con un’astuzia riesce a risalire al nome della madre, nulla di più, e a scoprire di avere un fratello, è l’inizio del suo impegno per fare rendere pubblici i casi come i suoi, e lo fa attraverso partecipazioni in trasmissioni e interviste varie, ma è anche l’inizio delle sue relazioni sentimentali che finiscono, lei è troppo arrabbiata, è troppo presa dalle sue mancanze da poter colmare quelle degli altri. Ma non si è mai piegata né spezzata, le crepe non riflettono la luce. E al buio non vuole viverci nessuno.

E poi c’è Marisella che ha novant’anni, come tutte ha lottato ma non ha ottenuto nulla, e ora chiede alla sua nipote giornalista di non farla morire senza che abbia trovato sua madre…

E dopo aver raccolto le lacrime e le delusioni, gli sfoghi e le tenue speranze, Melania Petriello passa ad interrogare le istituzioni, riesce ad ottenere un appuntamento con una assistente sociale referente dell’Archivio storico del Brefotrofio di Roma e Provincia. E’ lei che ha nelle sue mani i fascicoli dei bambini nati da un parto in anonimato, fascicoli dove c’è scritto – per ragioni morali si rispetta la volontà delle madri di non essere nominate –

Tutti questi fascicoli partono dal lontano 1903 e contengono si il nome e il cognome di questi bambini, ma sono inventati, i vari addetti dell’Ufficio di Stato Civile che si sono susseguiti in questi lunghi decenni, hanno avuto anche questo compito, assegnare generalità inventate. Questa assistente sociale evidenzia come tutto era affidato alla donna che aveva partorito, lei rimaneva sola, e da sola doveva firmare quel foglio. Ma poi racconta anche il coinvolgimento emotivo del suo lavoro, il trovarsi davanti persone che disperatamente le chiedono di aiutarle, che sono stanche di girare per tribunali, tra i palazzi degli uffici amministrativi, di sperare senza mai ottenere nulla. Rivela qualche racconto toccante, come di quella donna anziana che nella sua ricerca era giunta a lei e le racconta di ricordare sua madre che la portò al brefotrofio promettendole di andarla a riprendere presto, ma non lo fece mai, ma che le suore la convinsero che erano ricordi non veri perché lei la madre non l’aveva avuta mai, e invece l’assistente lesse che era tutto vero, quella donna anziana ricordava bene. Questa assistente sociale ha incontrato una infinità di volti supplicanti, di persone che si sono sentite fuori dal mondo quando hanno appreso di essere state abbandonate, e la fatica che hanno dovuto fare per tornare nel mondo ma diversamente da prima, eppure non se ne lamenta, questa professionista le ritiene tutte motivo di accrescimento, per lei umano, come non avrebbe potuto ottenere facendo nessun altro lavoro. 

Doveroso che, nel centro della narrazione, giornalistica e umana, Melania Petriello abbia inserito un intero capitolo dedicato alle sue quattro famiglie. Si, lei fortunata come tanti altri, è cresciuta tra due famiglie materne e due paterne, oltre la sua genitorialità, famiglie che le hanno lasciato ricordi e crescite, nostalgie e discernimenti, accuse e assoluzioni, famiglie che sono passato, presente, vita. 

“Adesso è il mio tempo. Anzi il tempo della mia storia, che con i figli alla ricerca delle origini non ha nulla da spartire, che conosco le mie origini, in quelle sono cresciuta da bambina felice e da donna consapevole, che alla mia biologia ho dato nomi e cognomi, luoghi e date. Le estati nel luogo del mio primo quarto genetico, quello arroccato in un fazzoletto di terra irpino dove la campana suonava il rintocco del quarto d’ora e le porte delle case rimanevano sempre aperte… nel paese del mio secondo quarto, quello sannita, dove la mia famiglia era quella dell’orgoglio, sono figlia di una storia meridionale, affollata, i discorsi dei vecchi che io scippavo nei lunghi anniversari della memoria che tentavo di carpire mettendo in fila brandelli di confessioni delle zie coi capelli cotonati,e l’America che era porto del viaggio della felicità. In America a 19 anni ci sono andata da sola alle Nazioni Unite. Mio nonno non aveva cuore, in compenso possedeva un appartamento di giornali. È morto di cuore, e i giornali sono stati buttati… il mio terzo quarto baciava la terra del confino, cantata da Carlo Levi, dove le donne raccoglievano sulla nuca le loro chiome, sciolte potevano vederle soltanto i mariti, tutto il paradigma familiare era ostaggio della morale pubblica e del giudizio privato … infine il mio quarto quarto genetico appartiene al mare che bagna Napoli, il nonno carabiniere, una zia suora, una cassa armonica sentimentale dove ogni cosa risuona… grazie alle mie origini note so di essere stata cresciuta a libri e benedizioni , in un empireo, da mia madre…”

E la parte finale di questo libro è un insieme di riflessioni, di trasposizione di emozioni rimaste negli occhi, nelle orecchie, nel cuore della Petriello.

“…Qui parliamo di fratture scomposte, qui che sono a chiedere della grazia e della disgrazia, del vuoto a rendere e del vuoto a perdere, che imploro le persone di mettersi nude nel salotto dei ricordi, non posso avere le giuste risposte alle giuste domande, qui che mi interrogo sul valore della restanza, della permanenza che non scarta attraverso la manutenzione degli affetti. Il viaggio con questi figli, che vogliono arrivare alle origini della loro storia, mi ha permesso di ristabilire la clessidra dell’importanza”.

Questo libro è dedicato:
Ai figli che siamo, che sulla strada di casa diventiamo, alle donne nella sorellanza, alle madri.
Alla mia che è principio e fine, trama d’ogni miracolo.
Tra i ringraziamenti, oltre quelli d’obbligo e per professionalità, e quelli rivolti alle persone che mi hanno affidato la propria storia, ci sono poi: 
Grazie a chi mi nutre di bellezza da quando sono venuta al mondo, l’Amore supremo cui ogni sforzo è dedicato; 
Grazie alle mie “sorelle”, le coinquiline dell’anima, la famiglia scelta
Grazie a chi sa tenermi la mano…

Il curriculum di Melania Petriello è sul sito de Le Silenziose alla voce -Le Persone-

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