Le Silenziose

Passaggi di vite​ di A. Porrino

Passaggi di vite​

Passaggi di vite sconosciute
erranti per strade straniere
alla ricerca della colonna famosa
della piazza da cartolina
del tavolino vista monumento,
con occhiali fashion sul naso
abitini ridotti all’essenziale
capelli di un liscio innaturale
che neanche l’afa arriccia.
Scendono da macchine nere a noleggio
dai vetri oscurati che fa tanto star,
entrano nelle hall degli hotel
dalle stelle quanto le dita di una mano,
ambiscono a boutiques inaccessibili agli stipendiati.
Passano la notte nei locali detti in
tra bollicine e polverine
è solo così che riescono a divertirsi,
a passare poi l’altra parte della notte
con la compagnia d’occasione
cui dovrà pagare la cintura di Gucci
che non ha pagato alla cassa.
Volti liftati
statue di cera tirate fino alle orecchie
muscoli da manichino
siliconi tra scollature come palle da bowling
tatuaggi fino alla clavicola
ora sfoggio di moda non più carceraria,
unghie attaccate da colle speciali
ciglia finte come le bambole vinte nelle fiere
e sopracciglia disegnate con matite elettroniche,

labbra più gonfie d’un canotto.
Caricature da circo, tutte.
Una giostra sempre più affollata
dai rincorritori di sguardi e consensi,
vuoti a perdere nel deposito dello scasso.
Ma c’è l’altra parte della folla sconosciuta,
è quella che io amo.
La trovi negli angoli dei vicoli nascosti
sui bordi di marciapiedi frettolosi
sui gradoni delle chiese barocche,
sulle panchine rotte.
Non parlano con nessuno
non chiedono nulla
i loro volti abbattono ogni mutismo,
i loro occhi persi
indicano ogni loro vissuto,
la loro pelle scurita dalle chiazze di sporcizia
mostra la mancanza di saponi
nei loro bagni all’aperto,
i loro abiti lerci
accusano tutta la nostra distrazione.
In questi giorni di caldo mortale
uno di loro è entrato in chiesa
si è bagnato il viso con l’acqua dell’acquasantiera
e ha sorriso,
quel piccolo refrigerio se lo era procurato da solo.
Questa scena
più d’altre molto più crude
mi ha mostrato come riduciamo gli altri
che non siamo noi.
E ora che sono in libreria
sorrido alla bambina che ho di fronte,

la sua mamma non può permettersi di comprare libri
ma loro due li amano
così,
ogni giorno vengono qui
ne prendono uno e lo leggono,
il giorno dopo ricominciano
dalla pagina che hanno lasciato ieri
e vanno avanti così fino alla parola fine.
Poi, si scambiano pareri su quello che hanno letto.
La bambina termina il suo libro
lo racconta tutto a sua madre
poi va a rimetterlo nello scaffale
e diventa triste.
è uno di quei libri che avrebbe voluto avere
sulla mensola della sua cameretta.
– Credi nelle favole? – le chiedo
– Si –
– Bene –
Vado alla cassa e compro il libro
lo faccio impacchettare con un bel fiocco
e dico alla cassiera di portarlo a quella bambina.
– Da parte di chi devo dire che è regalato? –
– Da chi crede ancora nelle favole –
Esco e vado alla gelateria vicino
pago dieci granite
e dico di portarle a quel gruppo di esseri viventi
che è a terra sul marciapiede di fronte
quello rovente
– e deve dire: per lor signori –
Infine vado in profumeria
compro un’acqua di mughetto
e dico di consegnarla alla signora

che è sul muretto di fianco
dorme lì, all’aperto,
ma tiene sempre un fiore tra i capelli
e scarpette di stoffa rossa ai piedi
– e deve dire: da parte di un suo ammiratore,
le manda a dire che lei è bellissima –
Finito,
posso mettermi di fronte a guardare.
La bambina urla di gioia
e indica alla madre
la sedia dove ero seduta,
si stringono poi in un abbraccio
che sa di speranza creduta.
Gli uomini si alzano dal marciapiede
prendono il vassoio
all’inchino del cameriere
si inchinano anche loro
poi brindano a lor – signori –
La donna si bagna le mani nell’acqua profumata
se le passa sul collo e sulle gambe
sussurrando a sé – sono ancora bella –
Ho visto
posso andare via.
A sera
nel mio letto
immagino la loro notte.
La prima sarà vissuta con il libro tra le mani
e due occhi convinti che il bene esiste ancora;
la seconda sarà vissuta dorso al fuoco del marciapiede
con l’eco nelle orecchie di quel lor signori
e si sentiranno di nuovo umani;
la terza sarà d’insonnia

guarderà le stelle
dalla sua dimora all’aperto
sentendosi fortunata
in giro c’è uno sconosciuto
che si è innamorato di lei,
la senzatetto elegante.
Ho fatto beneficenza?
No,
il mio dovere.
Soltanto.

Roma, 5 agosto 2017 ore 13,05
Sul lungotevere
a scrivere di un vissuto
che mi ha fatto perdere il bisogno anche di bere.
Ma mi ha fatto ridere
che è più di sorridere

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