Riluttanza di A. Porrino

Riluttanza

Provata, espressa, repressa,
vomitata.
Un rifiuto,
il rifiuto.
Diniego.
Chi merita tale disprezzo?
Nemo.
Allora perché si rilutta con la normalità del lecito?
Con la facilità con cui ci si siede per mangiare
con la velocità con cui si parte al semaforo verde
con l’abitudine con cui si dice buongiorno quando si è di buon’umore?
Col desiderio bramoso come quando ci si spoglia per farsi amare
con l’ardore dell’odio mai sazio
con la morbosità di colpire più di un’accetta sulla legna?
Riluttare è il no che ferisce più di un proiettile
che mortifica più di una punizione
che spegne più di cento interruttori
che fa lacrimare più di un chilo di cipolle affettate
che fa sentire bassi più di mille colpe.
Che fa credere di essere brutti, inadatti,
senza sorrisi
senza pelle d’avorio
senza parole adeguate
senza cuore pulsante.
Che fa credere di non avere nulla che meriti di essere salvato.
Che fa sentire nulli in una inutilità che non si sapeva di essere.
Ma tu, creatura diniegata,
rifiutata,
non sei affatto ciò che il riluttante vuole farti credere d’essere
per giustificare se stesso
che del rifiuto ne fa lo scopo del suo risveglio.

Tutt’altro.
Tu sei bella comunque siano le tue fattezze
e sei carica di doni più di babbo natale.
Hai sorrisi da rendere come fascetti di margherite
hai il dono di amare anche la formica che ti taglia la strada
hai una pelle che attira più del miele
hai le parole giuste più dei giusti.
Hai un intelletto che parte più veloce di una Ferrari
e un cuore da fare invidia a quello di un neonato.
Nulla di te è inutile
se non il disprezzo verso chi ti rifiuta senza pause
neanche per respirare.
Povero,
è già privo di tutto quello che hai tu
vuoi anche procurargli la morte
rendendolo consapevole di ciò che mai sarà?

Nella mia sala da tè preferita, al mio tavolo preferito
È ancora lo stesso anno non preferito ma è primavera la mia stagione preferita quanto la sala da tè
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