I borghi dimenticati

di Annamaria Porrino​

Immagine di bearfotos su Freepik

Borgo = centro abitato di media o piccola grandezza e importanza.
Dimenticato = scordato, cancellato dalla memoria

Abbandonare un borgo, quindi, significa cancellare l’esistenza di un piccolo centro abitato perché considerato di poca importanza. Eppure, prima di essere dimenticato, prima di essere inserito nell’inceneritore geografico, era un nucleo di persone che lì passavano le loro notti e i loro giorni, divenuti anni, di persone che hanno formato famiglie nelle case ereditate da genitori e nonni, che hanno lavorato, che hanno tramandato tradizioni e usanze, che hanno lasciato case e terre alle discendenze certi di essere tutti anelli di una continuazione, erano persone presenti nel censimento. Invece, molti delle generazioni già viventi prima del 2000 e quelle nate dal 2000 in poi, non hanno mantenuto le promesse, non hanno più amato, hanno creduto in una vita migliore altrove, e sono scappati senza rimpianti. È iniziato così il lento ma costante spopolamento dei piccoli borghi.

Perché abbandonati, perché rifiutati, perché dimenticati?

Le risposte sono tante: c’erano più persone anziane che giovani e bambini, possibilità di lavoro sempre più ridotte, più decessi che nascite, adolescenti tristi e annoiati, case bisognose di restauri impossibili da pagare. Si, ma anche inezia, apatia, rassegnazione, ma forse più di ogni altra cosa ha vinto la voglia di fuggire per inglobarsi nelle città che tutto offrono, compreso però la violenza, lo smog, il traffico, la frenesia di correre per arrivare in tempo ovunque, i costi troppo alti per essere definiti legittimi. Eppure, nonostante i tanti no e i tanti contro, ha prevalso il desiderio di scoprire cosa c’era oltre il loro paesello, di garantirsi un lavoro stipendiato a costo di quadruplicare le spese di sopravvivenza, di provare il piacere di essere tra migliaia di persone e non soltanto tra venti, di avere diversivi per il dopo lavoro, di passeggiare tra luci e vetrine di grandi negozi anche se non puoi entrarci da cliente, di passare il sabato sera nelle piazze piene di turisti stranieri che si godono i migliori ristoranti e i migliori alberghi che tu non potresti mai permetterti.

Ma forse c’è stata anche la paura di privare i propri figli del futuro che meritavano e, ancora di più, la paura di diventare vecchi senza alcuna vita sociale e familiare.

Sentimenti contrastanti, quindi, si sono appropriati di tanti paesani che si sono sentiti sopraffare da angosce, timori, bisogni di innovazioni, di cercare qualcosa oltre i piccoli confini ereditati, di vivere quella sana ansia di scoprire dietro quella porta cosa trovi e chi, pensare che un giorno potresti dirti di essere stato stupido a non partire e ne paghi le conseguenze finché campi.

Si, tutto questo e chissà quanto altro ancora. Ma io aggiungo anche – disamore –

Si, perché io resto convinta che quando ami non vedi difetti, non cerchi altre opportunità, non ti annoi, quando ami produci, coinvolgi, doni e ti doni.

Quando ami non tradisci. Quando ami non abbandoni.

Ma ecco che, inaspettatamente, in contrasto a questo desolante fenomeno, negli ultimi anni si sono fatte avanti persone che hanno ragionato al contrario, forse perché non avevano il cuore al contrario.

Questi sconosciuti hanno cercato luoghi così o se li sono trovati davanti senza volerlo, e la scena è apparsa loro come una profezia. Hanno camminato su ciottoli contornati da erbacce, hanno toccato mura che parevano cadessero al solo loro alito, hanno spalancato le poche porte ancora funzionanti, hanno rovistato tra residui di vite testimoni di fughe, hanno respirato chiudendo gli occhi per immaginare come potesse diventare quella sorta di cimitero senza lapidi. Poi li hanno aperti e hanno sorriso, la scena era oltre quelle dei film tanto romantici da essere stucchevoli. Quando sono tornati al punto di partenza erano altre persone, bisognose di dimostrarlo, prima a loro stessi e poi agli altri. 

E tornando tornando, se hanno incontrato qualche residuo di abitanti, ci si sono seduti di fianco per ascoltare le loro storie. Forse è allora che hanno deciso: vogliamo vivere qui e riportare la vita, quella essenziale, quella che ci farà vivere bene e a lungo. E da lì ognuno di loro ha scelto il suo luogo, ha progettato, ha cercato risorse, ha lasciato la casa di città, ha restaurato quella dei sogni. 

In pochi anni se ne sono uniti altri e altri ancora, non molti ma sufficienti a creare nuove micro comunità, e per tutti è stato come trovarsi in un eden.

Tralasciando quello che hanno fatto le persone famose che, per amore di privacy, hanno preso possesso di interi borghi facendoli divenire feudi con re, regine, cortigiane e giullari, e quelli autodefiniti radical chic che hanno preso possesso di un borgo decrepito, che non era neanche da pagare, e lo hanno eletto a loro territorio, tipo casta chiusa agli estranei non colti quanto loro, ecco tralasciando queste due categorie, mi sono addentrata in una mini ricerca leggendo articoli di giornali, flash evidenziati su google, pagine facebook eccetera, per vedere chi ha deciso di cambiare vita in questo modo e come ci è riuscito, ad oggi quanto e cosa ha raggiunto, per scrutare i loro volti, conoscere le loro singole storie, per compiacermi. E con mia gioia, ma non sorpresa, ho scoperto che molti tra questi sono donne che, da sole, hanno rischiato, ma hanno voluto e ce l’hanno fatta, ad entrare in questa categoria umana che io ho definito – i rianimatori o i resuscitatori dei borghi dimenticati – La prima impressione a fine ricerca ? Sono tutte gioiose, vivono come non osavano sognare, sorridono orgogliose di poter esporre quanto hanno fatto per rendersi felici da sé stesse, e vivere di quello che quella terra scelta regala loro generosamente. Qualche esempio.

Dire Ostana e Silvia Rovere è un tutt’uno. Silvia ha lasciato Torino da pochi anni, e il suo lavoro di dirigente regionale, per trasferirsi in questo paesino che non sapeva neanche esistesse ma che un giorno scoprì leggendo un annuncio: cercasi gestori per un rifugio. Approfittando della pausa maternità si reca ad Ostana, dopo pochi giorni ritorna a Torino soltanto per avviare il trasloco, senza ritorno. Da allora gli abitanti sono aumentati fino ad arrivare a 87 e lei ne è la sindaca, insieme lavorano per far conoscere il paese, ripopolandolo come si deve.

Sant’Anna di Valdieri, sulle Alpi cuneesi: in inverno ci vivono soltanto le donne che hanno recuperato tutto, esattamente quel tutto che altri avevano rifiutato, in estate poi si aggiungono ammiratori vacanzieri. Ed ecco che Cinzia gestisce la locanda, altre si occupano di case sparse adibite all’accoglienza, Alessandra è nell’osteria, Rita nel negozio bio, altre negli altri pochi negozietti, essenziali, tutti votati alla natura, all’uso dei prodotti locali, alla valorizzazione del territorio in ogni suo potenziale. E come se non fosse già abbastanza, queste donne hanno creato il museo dei semi, un giardino botanico, e un piccolo centro termale a quota 1.400 metri. Hanno dovuto affrontare gli inverni rigidi, le altezze, e le durezze dei lavori di ricostruzione, ma ce l’hanno fatta, e ora il borgo è conosciuto come il borgo delle donne, che io scriverei con la D maiuscola!

Nell’alta Val Taro, sull’Appennino emiliano, Elena Piva vive con la sua famiglia in un vecchio casolare, parzialmente recuperato. Ogni giorno, lei e i suoi cani, conducono al pascolo le sue capre, della razza delle camosciate delle Alpi, accoglie ospiti offrendo quello che in quel giorno la sua dispensa contiene e, con altri temerari come lei, si scambiano tutto ciò che avanza perché sovrabbondante, e vendono quello che riescono a produrre, e cioè caprini, yogurt e farine varie.

E, se non fosse ancora abbastanza, Elena si è unita ad altre donne della valle per produrre lana dalle loro pecore, confezionare capi d’abbigliamento e venderli a chi apprezza tanto lavoro e si bea di carezzare il suo maglione di pura pecora, che gli durerà tutta la vita, non come quelli d’acrilico che dopo pochi lavaggi sono soltanto da usare come stracci per il pavimento!

A Morigerati è stata recuperata la produzione di grani antichi coltivati su terreni condivisi, Rossella nella sua osteria te li fa gustare sotto forma di pasta, pani e pizze, grazie a lei e a pochi altri, questi grani scomparsi da decenni sono rinati.

In alcuni di questi borghi le vecchie stalle sono state trasformate in alberghi diffusi, e non è raro che le donne che ne hanno preso possesso, e recuperate, ti facciano dormire tra lenzuola abbandonate insieme alle case, ricamate come si usava per i corredi da sposa, ora il vero lusso di cui neanche nei grandi alberghi potresti goderne. 

E corre voce che in alcuni borghi si stiano preparando brevi percorsi sensoriali, che non hanno nulla a che fare con quelli delle solite spa, ma che consistono nel passare di stanza in stanza per scoprire l’odore del grano, delle erbe mediche, dei fiori essiccati, dei frutti dell’orto, dei saponi fatti con gli scarti degli alimenti.

A Bardi, ancora Appennino emiliano, Chiara Palumbo ha recuperato un vecchio mulino e lo ha trasformato in un Bed and Breakfast con annessa azienda agricola e vendita dei suoi prodotti, tutti preparati con le erbe e le verdure del suo orto. Le mura di casa le ha rimaste come erano, di sassi, e la copertura dei solai è ancora quella di coppi di antica terracotta. Nella sua vecchia vita era una storica dell’arte, ma poi ha preferito lasciare le stanze chiuse dei musei per ammirare giorno e notte le bellezze aperte della natura. Anche per questo, insieme ad alcune persone del posto, organizza tour ed escursioni tentando di far innamorare altre persone dei boschi di quell’Appennino, come è successo a lei anni fa.

Viviana Rizzuto, fresca di laurea in ingegneria informatica si trasferisce in Svizzera ma poi torna in Italia e si innamora di Sciacca, qui trova tutto quello che cercava, il suo luogo e altre donne che già avevano iniziato quello che poi anche lei ha continuato. Insieme hanno creato il museo dei cinque sensi: 50 esperienze sensoriali passeggiando tra botteghe, dispense, cantine e trattorie, e visite nei laboratori di ceramisti e artigiani della carta pesta e del corallo, erborai e fotografi amatoriali che conducono i visitatori nei luoghi più meritevoli di essere fotografati. Quando gli ospiti vanno via, portano con loro anche la storia di ognuna di queste donne, di come hanno lasciato una vita che andava loro stretta più di un golfino strizzato, per tornare a vivere come molti sognano ma mai osano. E loro sono lì, a testimoniare che si può, sperando che la loro gioia li abbia contagiati. 

Eh si, perché loro sono l’esempio vivente di come si può slittare da un passato vecchio e logoro ad un presente vivo e amato che si proietta verso un futuro umano!

Poi ci sono donne che hanno deciso di prestare la loro esperienza professionale per realizzare questi sogni per conto di altri: propongono ed eseguono progetti per la riattivazione di comunità rurali decrepite, restaurano sul posto fino alla ultimazione, poi vanno altrove per ripetere tutto. Fanno questo anche per non scoraggiare chi vorrebbe ma vede l’impresa troppo ardua da eseguire, quindi ci rinuncia e quel borgo rimane nel vuoto delle mura semi crollate. È un po’ come gli architetti fanno con le case molto vecchie, le propongono agli acquirenti insieme al loro progetto di restauro che elenca anche le tante convenienze circa un acquisto del genere e, dopo il loro si, procedono fino alla consegna. Io ho definito queste donne le specialiste della rianimazione dei borghi in coma!

Aura Zanier ha avuto invece un’altra idea interessante: oltre che essere andata a vivere in un borgo dimenticato della Carnia, ha anche creato una associazione che organizza mostre, dal vivo e itineranti, proprio lì e in altri borghi limitrofi, con il loro aspetto lacerato eppure affascinante sono lo scenario ideale per esposizioni di arte, fotografia, scenografia, nonché palcoscenico per pierce di teatro popolare e documentari. E non smette mai di dire a tutti – quanto è bello vivere qui, l’acqua sa di acqua, ho le galline che mi regalano uova, tanto verde intorno alla mia casa e tanto ma tanto spazio! –

Anche a Jessica Degioanni, vedendo le montagne della Valle Stura, è venuto in mente una realizzazione artistica, ha deciso cioè di girare lì una serie di cortometraggi. Intanto, in attesa di trasferircisi per fare l’etologa, insieme agli anziani del posto sta catalogando oggetti, disegnando mappe e percorsi, progettando eventi.

– Tutti parlano di recupero e sostenibilità, ma noi giovani non abbiamo scelta, se non siamo noi a muovere le cose nella direzione giusta, la possibilità che si cambi in meglio non ci sarà mai –

Due righe di una sua intervista che condensano le urgenze, gli impegni, le opere pratiche che le nuove generazioni devono compiere se non vogliono essere sopraffatti dai danni lasciati dalla nostra generazione.

E poi continua: – Altre ragazze hanno lasciato le grandi città o il loro frenetico lavoro all’estero per rifugiarsi tra borghi vecchi, restaurarli e crearsi lì una vera vita, per loro e per altri che vogliono unirsi, volevamo una vita sana e l’abbiamo ottenuta. Abbiamo smesso di lamentarci! –

Fine

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