Le Silenziose

“Lettera al padre“ Franz Kafka​

“Lettera al padre”

di Franz Kafka​

Nel 1919 Franz Kafka scrive una lunga lettera a suo padre, intendeva consegnarla a sua madre ma rimandò sempre, fino a non farlo mai. Pagine e pagine scritte da un figlio incompreso che amava leggere e scrivere, per un padre caparbio che non amava la lettura e meno che mai chi scriveva.
Lui era per l’autorità, per l’efficacia dell’azione, per i lavori professionalmente riconosciuti e apprezzati, per la tradizionalità della carriera, ed è per questo che costrinse il giovane Franz, troppo interessato invece alle arti letterarie quindi astratte e fuggevoli, al lavoro di ufficio, cioè alla pratica manualità quindi alla concretezza. Franz accettò con sottomissione solo per compiacergli.
“Tu, padre, sei capace di trattare un ragazzo soltanto secondo la tua natura, con forza, con clamore, con collera. Tu ti sei innalzato con la tua forza a una posizione elevata e per questo avevi una fiducia illimitata in te stesso. In tua presenza io mi mettevo a parlare con incespicature e balbettìi, davanti a te avevo perduto la fiducia in me stesso e avevo assunto in sua vece un sentimento di colpa senza limiti. Tutto ciò che scrivevo trattava di te, che facevo io in questo atto se non versare le lacrime che non avevo potuto versare sul tuo petto?”
Che grido di dolore, che richiesta di amore! Legittimo, dato che si richiedeva quell’amore che dovrebbe essere scontato ma che scontato non è quando si viene generati da individui che non seguono il corso della natura ma quello delle convenzioni. E il balbettare del giovane Franz scaturì proprio dalla impossibilità di dialogare con suo padre, dal divieto di parlare al suo cuore. Disimparare a parlare, quindi balbettare, quando si era costretti ad esprimersi con la bocca, colloquiare invece a lungo e voracemente, ma con chiarezza di intenti e di linguaggio, con il resto del mondo attraverso la scrittura. All’amore per il padre e per la madre Kafka contrappone un grande senso di colpa, quello cioè di essere stato sempre distante dalle loro aspirazioni, tanto da ritenersi un figlio diseredato, ossia disconosciuto, sentimenti questi che ci riportano a molti personaggi dei suoi racconti. È proprio in uno di questi, scritto nella notte tra il 22 e il 23 settembre 1912, che Kafka affronta questi stati d’animo, terminando con il suicidio del protagonista il quale, prima di buttarsi giù, scrive – Cari genitori, eppure, vi ho sempre amati –
Questa frase, appena l’ho letta, l’ho fatta mia, quel – eppure – racchiude tutto il dolore di un figlio non amato che però ha amato chi lo ha generato, il dolore di me figlia non amata che però ha amato chi l’ha generata. Ecco perché lui usa il termine genitori, non padre né madre, ma termine asettico per definire coloro che hanno generato come conseguenza di un matrimonio, diciamo un dovere facente parte del pacchetto. È stato questo groviglio di contrasti e dissapori, di sottomissioni e ribellioni, di ambizioni e delusioni, di richieste e dinieghi, a portare alla luce il genio di Kafka, regalandoci il genio per antonomasia.
Alla fine della guerra un’autorevole rivista fece un’inchiesta: dobbiamo bruciare i libri? quali? quelli di Kafka? Questa inchiesta, terminata con un plebiscito di no, si accompagna all’eterno tormento di Kafka stesso sul distruggere o lasciare ai posteri i suoi lavori. Non decise mai, fino alla fine, per fortuna per noi la sua incapacità di decisione lo portò a non “suicidare” se stesso nella sua scrittura.
Quello su cui fu da sempre decisamente convinto è che voleva essere scrittore per illuminare il suo pensiero, per “trasformare in trappola ogni parola”. Ci riuscì.
Kafka, contro la volontà del suo genitore, non smise mai di scrivere. E lo sfidò parlando di scarafaggi e lunghi processi, sapendo bene che non soltanto non compreso, ma che se ne sarebbe vergognato.
La vittoria di un non amato su un deficiente che credeva di non esserlo ma il mondo intero nei secoli lo riterrà e lo ricorderà tale.

Io mi sono sempre consolata dicendo: padre, madre, fratello, sorella, chi avete perso, quanto avete perso. Io nulla, voi tutto, eppure vi ho amato prima ancora di perdonarvi.
Mi auguro che un giorno l’abbia pensato anche Franz, senza più dolore.

Torna su