Le Silenziose

“Amo, dunque sono“ Sibilla Aleramo

“Amo, dunque sono”

di Sibilla Aleramo

Sono passati anni dalla morte di Sibilla Aleramo, alla ricorrenza del cinquantesimo c’è stato il silenzio, non quello del rispetto, bensì quello della dimenticanza. Una vita quella di Sibilla, dalla violenza sessuale in poi, straripante di uomini che, dopo passioni fugaci, l’abbandonavano alla confusione del suo passato, compreso il famoso amore per il poeta Campana con il quale condivise l’ardore dei versi seppure a caro prezzo, subire cioè i danni delle sue crisi mentali che lo portavano spesso a ricoveri dai quali mai ne usciva sanato. Versi i suoi e quelli di Sibilla in quegli anni che danno il senso vero della poesia, quella che ti penetra nel profondo e ti lascia un segno della sua bellezza. La fine di questi amori passati e delle loro dispersioni, nel cuore e nel ricordo, la Aleramo la decreta scrivendo – Amo, dunque sono – al termine di una sorta di diario che lei redige nell’attesa che torni il suo ultimo giovane amore. Un susseguirsi di desideri, attese, promesse ma anche incombenze di squallide esigenze che la turbavano e la disturbavano nella sua arte. Troppo spesso viveva nella indigenza economica causata dal coraggio, eroico per quei tempi, di avere scelto la libertà di vivere senza un marito, ma anche dagli editori strozzini che le davano compensi ridicoli. “La società non mi perdona proprio questo, non mi perdona che io vada sola ed indifesa, io donna, e così condanni implicitamente, s’anche in silenzio, il suo modo d’essere, le sue corazze… non mi perdona e si vendica“ Riusciva a farcela grazie all’aiuto di cari amici ma, quel vivere di carità, fu il tormento di tutta la sua vita. “Felicità e spasimo, nello spirito e nelle vene, Luciano mio Luciano, tu ti staccavi dalla mia bocca, alzavi il viso e la luce era su di te … io mi tendo a te, soggiaccio a te … t’ero destinata nel nome e nel cuore “ È con queste parole che Sibilla inizia il suo inno all’amore. Con questo splendido t’ero destinata nel nome e nel cuore, lei intende rivolgersi a quell’amore sempre anelato ma mai ottenuto nella sua totalità di ampiezza, quell’amore cui si sentiva da sempre destinata eppure non riceveva. “Vorticosi momenti di solitudine assoluta in mezzo alla gente, momenti d’astrazione da me e da te, amore. Tengo il blocco di carta sulle ginocchia e la matita in mano, tra una frase e l’altra passano secoli … non so se sono stata donna, non so se sono stata spirito. Sono stata amore“ La Aleramo non manca di evidenziare le differenze tra lei e le altre donne che vivevano secondo le regole della società di quegli anni, donne che trascorrevano la vita sotto l’effetto della morfina della finzione, quella che usavano con tutti e ovunque, a cominciare dal loro talamo nuziale. Lontana, lei era lontana da tutto ciò, ogni particella del suo essere era coerente al suo pensiero e ai sentimenti del suo cuore, scanditi sempre e soltanto in nome dell’amore, della coerenza, mai della convenienza, e anche di questo ne ha pagato il prezzo vivendo una vita sacrificata, difficile, nemica. “Tutto nella mia vita si trasforma in cosa d’arte, perfino l’allucinatoria della posterità, e misteriosamente accade che più dovrei essere aiutata e compassionata, tanto più mi trovo alta su un piedistallo, ammirata come fossi una creatura fantastica e sola… sola…” Tenera diventa quando parla dell’attesa, l’attesa di lui, quando lo immagina chinato su di lei che si paragona a una piccola zolla intrisa di polvere e pianto, per risorgere con un sorriso di bimba in nuove illusioni, un Adamo prima che la sua Eva gli sorgesse accanto. È alla fine che Sibilla parla delle sue poesie, quelle venute fuori quando più nessuno la teneva timida e muta, quelle che la illuminavano più delle sue pupille, quelle poesie che la facevano interrogare su quale di queste due paure è più eroica, quella di appagarsi di certezze o quella di nutrirsi di speranze. Nelle sue poesie la risposta, anzi l’assoluzione. “ Credo che la donna più vera sia quella che nell’amore più prende. Qualcosa di regale m’appare in questo destino di bella anfora cosciente : io amo, dunque sono ”
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