Le Silenziose

Omaggio a Virginia Woolf

Omaggio a Virginia Woolf

di Annamaria Porrino

Una “Stanza tutta per sé” è il titolo di un piccolo libretto di Virginia Woolf, divenuto però molto celebre forse perché ancora adesso è il sogno, o l’esigenza di ognuna di noi. Chi, infatti, non ha mai desiderato una stanza tutta per sé? Io, è quello che chiederei se avessi l’abitudine di spegnere le candeline il giorno del mio compleanno, o se me ne stessi naso in sù a guardare le stelle cadenti nella notte di San Lorenzo.
A pochi passi da casa, da raggiungere a piedi, dove potersi rintanare libere dal telefono e dal campanello, dove non si deve guardare l’orologio e interrompere quello che si stava facendo perché si è fatta ora di pranzo o di prendere i figli a scuola. Il proprio luogo per eccellenza dove nessuno viene a distrarti facendoti “sentire una bambina sperduta che si siede a piangere sull’ultimo gradino” come si sentiva lei quando veniva disturbata. “Una stanza tutta per sé” è un saggio scritto mettendo insieme le conferenze lette dalla Woolf alla Ars Society di Newnham e quella alla Odtaa di Girton, entrambe università femminili, nell’ottobre del 1928. Le era stato chiesto di trattare l’argomento: – Le donne e il romanzo -,  ma lei uscì fuori tema perché pensò – Cosa devo dire? Come è la donna reale e quella del romanzo? O come sono le donne che scrivono romanzi? Se è così dirò subito che se una donna vuole scrivere, deve avere del denaro suo e una stanza tutta per sé –
“Lo scrittore ha la possibilità di vivere nella realtà, il suo compito è trovarla, raccoglierla e comunicarla agli altri, cosicché a lettura finita, il mondo ci sembra svelato. È questo che intendo quando vi chiedo di guadagnare soldi e di procurarvi una stanza per voi, vi chiedo di vivere in presenza della realtà”.
Che antesignana del femminismo è stata la Woolf in questi discorsi! Nel 1928 si è permessa di dire alle studentesse che erano lì ad ascoltarla, che dovevano essere innanzitutto indipendenti economicamente e poi nella vita pratica, uscendo cioè da quel rigore moralistico dell’epoca, che considerava la vita della donna da viversi esclusivamente tra le mura domestiche, prima paterne poi coniugali. Era da secoli infatti che le case erano permeate dalle presenze femminili le cui creatività rimanevano attaccate alle pareti, e solo ad esse. Semplici o fastose, scarne o fregiate, piccole o grandi, ma tutte stanze in cui le donne sono state “posate” non appena si sono spogliate del loro abito nuziale, spesso dimenticate o addirittura segregate, ma anche stanze in cui le matrone hanno dominato il gioco domestico fingendo di ricamare, hanno gestito il proprio matrimonio secondo convenienza o stabilito a tavolino quello della propria figlia. Stanze in cui si è dato sfogo alle proprie ambizioni ma di nascosto, come quella di scrivere anche in epoche in cui tale virtù non era femminile, costringendo autrici come Jane Austen, grazie allo scricchiolio dei cardini della porta, a nascondere il manoscritto prima che entrasse un estraneo e scoprisse il suo segreto, il segreto della sua stanza. Una “stanza tutta per me” sarebbe come un involucro, un utero, un bozzolo dal quale uscire solo a formazione completata, un luogo vergine dove la mia creatività ne definisce il volume dandogli un senso, forse il senso delle parole lì dentro scritte, perché no, anche per la Woolf.
E la immagino leggerle queste parole dietro al suo scrittoio in legno, con penna e calamaio da un lato e un vaso di fiori freschi dall’altro, come è dipinto sulla copertina di questo libro, alzando gli occhi di tanto in tanto per guardare dalla sua finestra la campagna, quella campagna inglese che doveva guarirla ma che lei non amava, al punto da farla diventare scenario del suo suicidio, chiusa nella sua stanza, quella stanza tutta per sé che lei aveva ottenuto e che auspicava per tutte le altre donne, e che, alla sua morte, ha lasciato a testimonianza di quel poco di cui lei ha avuto bisogno: un piccolo letto, uno scrittoio, una libreria stracolma, quattro mura bianche e una porta sempre chiusa a chiave per non far disperdere la sua genialità.
Ripensando a questo famoso discorso, anni fa scrissi un racconto breve per la Nevermind che entrò a far parte di una raccolta di racconti brevi intitolata – Racconti solidi come castelli di carta –
Una storia breve ma molto fantasiosa e originale.

“Virginia e la sua stanza”

Io non sto leggendo, sto bramando. Lei, Virginia, scrive, io leggo. Lei, Virginia, parla scrivendo. Io raccolgo le sue parole leggendole, e mi appago. Lei mi parla di una stanza tutta per sè, l’alcova del suo pensiero, unica testimone muta della trasformazione del pensiero in inchiostro. Spengo la lampada e appoggio il libro sull’altro cuscino che è sul mio letto. È vuoto. Mi addormento così, con la mano sulla copertina. All’improvviso un vortice che odora di tipografia mi fa entrare tra le righe, sono nelle pagine. Le volto rapidamente e in pochi minuti leggo tutto, l’intero libro che avevo rimasto a metà ora è alla fine, e tutto rimane catalogato nella mia memoria, come fossi un file di Word. Di nuovo il vortice che mi prende, ma stavolta odora di pelle, pelle dall’aroma di cipria per il corpo, e non sono più nel libro ma in una sala, una grande sala piena di donne, cappelli e collane di perle. Una voce mi corteggia facendomi avvicinare a lei, fino a quando non la sento dietro il mio orecchio. È la sua, è la voce di Virginia Woolf. Non ha cappello, e non ha perle al collo. La sua gonna  è  lunga come quella delle altre ma è più stretta, e il suo corsetto non è rigido. La sua magrezza è coperta da una camicetta accollata fino alle clavicole, le sue orecchie sono scarne, senza gioielli, libere anche dai capelli che sono alzati in una sorta di chignon mal riuscito. La guardo ma lei non mi vede, neanche le altre mi vedono. Ci sono ma è come non ci fossi, tutte mi ignorano, sono come un soprammobile trasparente. Sta parlando della sua stanza. Ma… è il discorso che lei ha tenuto alla università di Cambridge nel 1928 e che è diventato un libro, quello che stavo leggendo poco fa… e come ci sono capitata qui… oh Dio, che mi sta succedendo… “Una stanza tutta per sé che ogni donna dovrebbe avere per vivere lì quella vita altrove negata.  Sono anni che le donne gestiscono matrimoni, figli, amanti nelle stanze delle loro case, là dove fingono amplessi, combinano fidanzamenti di convenienza, ridono degli scandali altrui per non piangere dei propri, ricamano per dimostrare di saper fare qualcosa. Ma quando è che vivranno veramente? Quando si ritireranno nella loro stanza, quella dove svestirsi e rimanere come sono. Quanto sarebbe servita a Jane Austen una stanza tutta per lei! Le avrebbe evitato di scrivere con il batticuore per la paura di sentire lo scricchiolio delle scale in legno che qualche curioso saliva, e lei era costretta a nascondere il quaderno sotto la sua gonna fingendo di stare lì, in soffitta, per guardare vecchie foto di famiglia. Io ce l’ho una stanza tutta per me, è lì che respiro…” Applausi e tutte si precipitano intorno a lei. Questa donna, invitata a tenere un discorso in un territorio profondamente maschile, ha provocato oggi un moto di emancipazione. “Fatemi spazio, basta, lasciatela, ci sono anche io… aiuto, non mi schiacciate… Virginia, aspetta non te ne andare… adesso vi faccio vedere io, vi frego tutte, mi attacco alla sua cinta e vado via con lei… ecco, così, piano, ci sono… ciao ciao!” Virginia corre, una carrozza l’aspetta. Io mi siedo con lei… ma… cosa succede, no Virginia, guardami, come fai a non vedermi… no, se ti siedi lì mi schiacci… aiutooooooo… Ma dove mi trovo? È un palloncino trasparente, appena gonfio, ci sto stretta, e c’è un tubicino che porta a un buco. Mi affaccio. Come faccio a vedere il mondo di fuori se sto dentro a questo palloncino? Ma… aspetta un attimo… ho capito dove sono… Virginia mi ha presa, sono la sua creatura! Che cosa pazzesca… Oh brava, scendi da questo trabiccolo che mi ha fatto prendere botte a destra e a manca, eccoci a casa. Accendi pure la stufa a legna ma fai attenzione quando ti abbassi, ci sono io, se lo fai così mi pieghi in due. Perché sbuffi? Oh si, il tuo solito mal di testa. Ma no, dai, non le prendere quelle medicine che ti appannano la mente, si appanna anche la mia. Non ti servono, tu non sei pazza,  sei solo un genio, ma chi ti sta intorno ancora non te lo dice, o non vuole, preferisce toglierti qualcosa a ogni pillola che ti fa ingoiare. Andiamo in camera dai, fammela vedere questa famosa stanza tutta per te. Ci sono, che meraviglia! Questo è il tuo letto? Lo immaginavo proprio così, scarno. Non ha testiera e sta tra il camino e la libreria. Lo scrittoio invece è vicino la finestra, come è consumato. Si, ecco brava, siediti qui, fammi vedere come si sta al tuo scrittoio, fammelo toccare, fammelo sentire sotto le mie mani… mi manca il respiro, sto sfiorando lo scrittorio di Virginia Wolf! Calamaio, pennino, fogli rigidi color avorio, una poltrona bassa e stretta, e vetri che affacciano sulla campagna, quella magnifica campagna inglese che ti  imprigiona nella sua spenta provincialità. Quali di queste donne di paese potrebbe capire la tua Miss. Dalloway?  Nessuna mai. Loro sono fatte per andare in bicicletta dal pastore e ascoltare il sermone del giorno, al lavatoio per il bucato da scorticare, a raccogliere fascine per scaldare i loro dodici figli. E tu rimani dietro i vetri a rifletterti nella tua signora Dalloway che scompare solo quando bussano alla tua porta per avvertirti che è pronto da mangiare. Qualche volta ce la fai, altre volte no, e non rispondi neanche. Il tuo silenzio fa capire che hai ben altro da fare che mangiare, che ti stai già nutrendo con le tue parole, quelle che scrivi con la tua bella calligrafia in corsivo, difficile da decifrare come pensiero, troppo arguto e in avanti per essere un pensiero partorito da una donna dei tuoi tempi. Perché ora scrivi così lentamente?  Perché il foglio si è macchiato? Ma cosa fai Virginia, stai piangendo? No, calmati, perché fai così, sei stata così brava alla riunione. Se ti raddrizzi un po’ con il busto, ecco così, riesco a leggere. “Caro Leonard, so che soffrirai, non volevo, ma devo andare via…” Vuoi lasciare Leonard, tuo marito che è anche il tuo editore? Pure lui ti ha stancata? Beh un po’ non ti do torto, ti ha confinato tra le balle di fieno pensando che quest’aria senza smog ti facesse passare l’emicrania. Comprendilo, lui non può arrivare a te, cerca come meglio può di essere utile e di farti stare bene, di più proprio non può fare. Ecco brava usciamo, un po’ d’aria ti farà bene, anzi ci farà bene. Che bella però questa campagna. Brava Virginia, una passeggiata a passo veloce ci sgranchirà le gambe, se solo potessi stiracchiarmi un po’ anche io. Beh adesso però non esagerare, stai quasi correndo, rallenta, ho il fiatone più di te. Oh c’è un fiume, dai sediamoci sulle rive. No, forse vuoi fare una nuotata, beh non è l’ideale per me ma se tu lo vuoi. Brava, togli le scarpe e le calze, comincia a prendere dimestichezza con il freddo dell’acqua mettendoci solo i piedi. È troppo fredda per te? Stai tremando tanto. Aspetta, abituati prima. Perché prendi questi sassi e te li metti in tasca? Virginia ma cosa vuoi fare… ferma, non scendere di più, no Virginia così affoghi… e tu non lo vuoi vero?… come faccio a togliere questi sassi… aiuto, qualcuno mi aiuti,  liberatele le tasche, correte qui, fra poco la perdiamo… La mia voce non può ascoltarla nessuno e non c’è nessuno, la morte quando arriva vuole restare da sola. Tante bollicine sul filo dell’acqua le coprono la testa. Poi di meno. Poi nessuna più. Virginia affonda tra le alghe piccole e nere di questo fiumiciattolo di campagna. La sua bocca è aperta, le alghe la solleticano ma lei non ride. Il suo volto si è gonfiato, lo chignon si è sciolto e le sue chiome si sono distribuite intorno alla sua testa come una macabra aureola. Virginia Woolf non potrà scrivere più. Piango nell’oblio del rifiuto, non ho potuto salvarla. Mi rannicchio ancora di più nel suo grembo e non penso che di qui a poco potrei morire anche io, no io penso che posso salvare la sua capacità di scrittura. Posso, si, perché sono una sua creatura, dal suo dentro avrò preso senz’altro qualcosa di lei, devo solo liberarmi, tornare nel mio mondo e continuare la sua scrittura come fosse ancora lei a farlo. Spingo tanto e forte come se volessi sfondare un muro, insisto e ci riesco, sono fuori. Esco con la testa oltre il filo dall’acqua, annaspo per tenermi a galla ma l’acqua a volte mi arriva in bocca, è insopportabile. Non voglio lasciarla ancora, tengo le sue mani tra le mie. Mi servono le tue mani Virginia, sarebbe uno scempio seppellirle insieme alla tua gonna. Non ce la faccio più, l’acqua mi entra in gola, devo lasciarti. Mi butto sulla riva per riprendere le forze, il respiro lentamente torna a essere regolare. Tra i panni bagnati le mie lacrime si mescolano alle sue. So che sta piangendo. I suoi occhi rimasti aperti sono tristi. Riposa ora, l’emicrania non ti disturberà più. Mi alzo e ritorno sul sentiero, non so come farò a tornare a casa mia, ma sento che in qualche modo ci riuscirò. Io cammino e le foglie per strada si sollevano, sembra vento, un vento sempre più forte. È diventato un vortice e gira pure in senso antiorario, odora di ammorbidente questa volta. Atterro. È soffice, un soffice letto con delle lenzuola pulite, appena messe. Devo fare piano, c’è una che sta dormendo con un libro sotto la sua mano. Ma non è una qualsiasi, sono io.

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“Ehi, lo sai che le tue recensioni letterarie le leggono in molti?” “Mi fa piacere” “Cosa mi fai pubblicare questa settimana?” “ – Una stanza tutta per sé –  di  Virginia Woolf” “Non stai andando troppo indietro nel tempo?” “Certo che ci sono andata, altrimenti come avrei potuto scrivere di lei. Ma credimi, è facilissimo ritornare subito ai nostri tempi. Ecco, è tutto scritto qui, una stanza tutta per lei: uno scrittoio, un pennino, una finestra e tutto un mondo che l’ha uccisa. Non sono stati  i sassi, né  l’acqua oltre la sua gola, nè le emicranie. No, è stata lei stessa a uccidersi, pensiero dopo pensiero. Pensava troppo per quegli anni, la sua mente era diventata una gabbia, la sua. Ha voluto evadere, solo sotto l’acqua di un fiume poteva riuscirci. Questa sarà la più bella recensione che io abbia mai scritto, ma anche l’ultima, dopo di lei non riuscirei a recensire più nessuno. Passerò ai romanzi, voglio far parte dei narratori, quelli che prendono dei personaggi fittizi e vivono attraverso loro. A presto mio caro direttore, e non fare quella faccia, stai tranquillo, i tuoi abbonati continueranno a leggermi, la mia scrittura piacerà. Certo, da Virginia in poi ci siamo dovuti accontentare, ma mi impegnerò e chissà, forse potrò tentare una continuazione, da lei a noi”. Esco dalla redazione, salgo sul mio trabiccolo a  quattro ruote e vado a casa. Accendo la stufa, salgo nella mia stanza e mi svesto di quel misero abitino tutto accollato che mi ero buttata addosso stamattina, senza neanche un orecchino e con i capelli annodati in una specie di chignon. Lo lascio sul mio letto, l’ho voluto così, scarno, senza testiera. Nell’angolo il mio consunto scrittoio mi aspetta, così come la mia vecchia penna e la mia bassa e stretta poltrona, sono di fronte la finestra. Mi offre quel panorama che mi serve, fuori dalla città, solo campagna. Un po’ asfissiante nella sua noia ma è qui che devo stare ed è qui che devo scrivere. Mi siedo e prendo un quadernetto tascabile, con tanti fogli color avorio. Alla prima pagina ci scrivo: può esistere ancora una Miss Dalloway? E come sarebbe adesso? Alla seconda scrivo: sviluppare il profilo di questa ipotetica Miss Dalloway Due e circondarla di personaggi dei nostri tempi. Per ora basta così, dovevo solo buttare giù l’idea. Vado sotto la doccia, giusto il tempo di lavare la mia stanchezza, non di più, e poi a mangiare qualcosa se mai il mio mal di testa mi darà un po’ di tregua. È da poco che ne soffro ma già non lo sopporto più perché quando ce l’ho non riesco a scrivere, e la mia giornata si svuota del senso che dovrebbe avere, e a me non rimane che guardare a vuoto oltre la finestra l’immobilità della natura. Gli alberi sono fermi, io sono ferma, la mia mente è ferma, la mia mano è ferma. Mi sembra di impazzire, odio il mio mal di testa, mi è nemico. Cinque minuti di acqua calda sul corpo mi sono bastati. Non so perché ma è da un po’ che non riesco più a fare il bagno nella vasca, l’acqua all’improvviso mi spaventa. Non sopporto neanche che mi arrivi alle clavicole, mi asfissia, come stessi annegando…

 

 

 

 

Guardando la foto della sua scrivania, io ho scritto una poesia su come vorrei fosse la mia scrivania.

La mia scrivania

La mia scrivania deve essere me,
vederla e dire – è la scrivania di Annamaria –
deve essere un tutt’uno.
Grande, lunga, larga,
di legno chiaro, bianco forse,
voglio scrivere sulla luce anche a notte intensa.
Deve avere una lampada
alta, dal busto sottile,
con un bel paralume di stoffa
gonfio come le sottogonne delle damine.
Deve avere un leggio antico
quando ci poggerò i miei fogli scritti a mano
devo pensare che altri lo hanno fatto prima di me
nei decenni addietro.
Deve avere tre contenitori:
uno per le mie matite
colorate, di legno grezzo, rivestite di carta,
uno per i miei segnalibro
floreali, pieni di citazioni, vecchi,
uno per le mie penne
fiorate, piene di cuori, a strisce
quelle che scrivono rosa, arancio, verde, lilla.
Di fianco, fuori dal contenitore,
la mia Mont Blanc, la mia Cartier, la mia Swarosky col pendente
la mia stilografica con la boccetta piena di inchiostro indaco.
Deve avere cassetti per i miei quaderni
quelli neri, dalla carta di pane, rivestiti di fogli romantici
quelli nordici, stilizzati, rigidi, plastificati
quelli spessi quanto libri.
Poi un vaso, mai sarà vuoto,
fiori, rami, erbe dovranno riempirlo di stagioni
le mie e quelle del calendario.
Accanto, un portafoto, uno solo
la bellezza gioiosa e pura di mia figlia
deve guardarmi mentre compongo.
E poi ancora :
un portalettere per le lettere che non ho ancora scritto
e quelle che non ho ricevuto ma ho atteso,
un calendario manuale
ogni dì sarò io a darne l’inizio
diverrà il calendario dei miei giorni
e se quel giorno non mi è piaciuto
lo rimando indietro e lì lo resto,
un timbro con le mie iniziali
per ricordarmi che un mattino qualcuno mi nominò,
e il necessario per un sigillo
una rosa sarà la mia firma, impressa con la cera.
Per ultimo piccoli portafoto
con foto di famiglie non mie
la mia l’hanno distrutta i familiari stessi
nella costanza del loro male,
gli ultimi pezzi li ho scaricati nelle fogne.
E poiché non c’è scrivania senza foto di famiglia
io ne prendo in prestito una
dai volti puliti però.
Le mie mani daranno vita a questi oggetti,
i miei gomiti consumeranno il legno della scrivania
dandole una età,
i miei occhi le indicheranno il pudore di non darsi a nessun altro,
la mia mente le darà corpo,
le mie storie le daranno vita.
Sarà la scrivania del sentimento intatto
mai traditore,
benefica nel farmi scrivere su di essa
incurante del peso dei miei pensieri da reggere.
Sarà la mia convivente
discreta e muta più di me
indispensabile, come io per lei.
Sarà,
perché per ora ancora tengo un tavolino
quello piccolo che a stento mantiene i miei polsi curvi
quello che uso per correggere, ricopiare.
La mia vera scrivania sarà nella mia vera casa
quella che nessuno ha vissuto prima che il mio piede entrasse
quella in cui altro piede mai entrerà dopo me.
Sarà testimone delle mie lunghe ore di pensiero senza interruzioni
degli affanni per rendere più tarde le luci
dell’idea che fugge e mai deve
di parlare di me attraverso calligrafie
di urlare tra le rime
di portare in seno soltanto verità.
Alla mia morte e solo allora
di fianco al sorriso lucente di mia figlia
si potrà porre una foto che mostra la mia scrivania così come è stata
e su essa, nella foto si vedrà
una mano che scrive sanguinando
e una lacrima che rende illeggibile il foglio scritto.
Sulla scrivania
tutto com’era,
le ragnatele e la polvere
indicheranno la me che c’era
i fiori freschi nel vaso la me che sempre c’è.
Chi metterà fiori sempre freschi ?
Le mie sillabe composte
che hanno regalato libri quindi emozioni
e tutti sanno che le emozioni sono eterne
sempreverdi
sempre fresche.
Sempre vive.

Dal mio manoscritto “Storie di rose” di prossima pubblicazione

“La rosa. L’abbiamo così tante volte vista sbocciare nei vasi, così spesso arroccata alla bellezza in fiore, che ci siamo dimenticati di come rimanga dritta, ferma e tranquilla per un intero pomeriggio, piantata nel terreno. Mantiene un contegno di perfetta dignità e padronanza di sé. I petali sono posizionati in una inimitabile precisione” Virginia Woolf  Tempo fa, cercando qualche libro particolare tra gli scaffali di una libreria indipendente di Roma, mi imbattei in un volume spesso tipo enciclopedia, con una foto a tutta copertina che mostrava lo scorcio di un cottage inglese circondato da fiori. Il giardino di Virginia Woolf, era il suo titolo. Appassionata di Virginia sin dal ginnasio, vidi in questo libro l’opportunità di avere un’alternativa alla sua narrativa, pagine cioè che mi avrebbero fatta entrare nella sua vita quotidiana così tante volte raccontata e spesso ingigantita o falsata. Iniziai lì stesso a sfogliarlo, quando arrivai alle foto delle sue stanze e del suo studio, chiusi il libro e me lo portai a casa. Ero così emozionata di poter entrare nella casa di Virginia che non l’ho aperto per mesi, anche se l’avevo messo in bella mostra su una mensola in un angolo di passaggio, in pratica lo vedevo almeno dieci volte al giorno. Questo fino al giorno in cui ho detto – ora devo – L’ho preso con la delicatezza che si usa per un libro antico e mi sono goduta ogni pagina, ogni foto, seduta nel mio piccolo giardino, sulla mia poltrona in salotto, nel mio letto prima di addormentarmi, dietro i vetri di una finestra quando pioveva. La firma è di una nipote di Leonard Woolf, costei ha avuto la possibilità di prendersi cura di questa residenza per qualche anno, il tempo di riportare il giardino come era e di affidarne poi il compito di mantenerlo ed esporlo al pubblico ad una associazione idonea. Per poter fare questo ha dovuto vivere lì. Si, ha avuto il privilegio di vivere a Monk’s House, di sfiorare le sedie, la scrivania, il letto di Virginia, di rivedere il suo giardino attraverso foto storiche e riportarlo di nuovo in vita, di immaginare gli anni che lì lei e suo marito Leonard hanno vissuto, con la compagnia rara di pochi e selezionati intellettuali dell’epoca. Quelle pareti, quei mattoni, quei fiori hanno visto Virginia serena, a volte, scrivere rincorrendo le sue parole veloci, soffrire delle sue emicranie e, forse, l’hanno protetta dai danni delle sue crisi esistenziali e letterarie. Finchè hanno potuto. I coniugi Woolf la videro per caso, la desiderarono, la comprarono e ci lavorarono due anni prima di vederla completata come l’avevano immaginata. Un cottage inglese con un giardino inglese, da cui si vedeva la punta della St. Peter Church e si ascoltavano gli alunni della vicina scuola elementare ripetere le tabelline ad alta voce, divenne la loro dimora. Sorgeva nel Sussex, a Rodmell. Quella casa stretta e lunga, acquistata tramite un’asta nel 1919, divenne la residenza dei Woolf. Da quel giorno Leonard non smise più di curare il suo giardino, e Virginia di goderne i risultati. Era Leonard infatti che amava il giardinaggio, Virginia invece amava il giardino. – Ogni fiore che cresce qui esplode – Effettivamente, vedendo le tante foto di questo libro, più che di giardino si può parlare di una vera esplosione di fiori, un catalogo vivente di floricultura: narcisi, euforbie, cespugli di lavanda, anemoni, cinerarie, gigli, bucaneve, fresie, zinnie, iris, nasturzi, violacciocche. E lei si saziava solo a vederli. – Il giardino non è mai stato così bello, abbaglia lo sguardo con i rossi, i viola, i malva, e garofani a grandi mazzi – Negli anni Leonard creò vialetti di passeggio bordati da siepi di tasso che conducevano ad un laghetto di ninfee. Vivere in campagna però doveva necessariamente portarti a decidere di avere anche un orto, e fu così anche per loro. Leonard piantò peri, meli e gelsi, fragole, lamponi, susine, e costruì persino una serie di alveari. Come tutti all’epoca, anche loro facevano lo scambio, una cesta di mele in cambio di due secchielli di more del vicino, un barattolo di miele per una crostata dalla pasticciera del paese, e frutti donati ai bambini bisognosi in cambio di un timido grazie. All’interno fu lei a decidere di far dipingere le pareti del loro salotto di quel mitico verde che tutti conosciamo, una stanza strana perché piena di travi verticali giusto al centro, con poltrone e tavoli, e vasi di fiori. – La nostra camera da pranzo salotto con le sue cinque finestre e le travi in mezzo, e fiori e foglie che annuiscono tutt’intorno a noi – Sono rimasta a bocca aperta quando ho letto che hanno dovuto attendere due anni per avere un bagno decente, con acqua dai rubinetti e una vasca per il bagno, cioè che una scrittrice del suo calibro abbia dovuto aspettare due anni per avere il denaro che le permettesse un bagno completo, non una grande dimora come tanti a quei tempi possedevano, ma un semplice bagno vicino la camera da letto. Quando arrivo alle foto del suo studio, mi blocco, qui c’è da rimanere un po’ fermi. Stiamo parlando dello studio di Virginia Woolf! Quando aveva le sue famose emicranie Virginia scriveva nella sua camera, seduta di fronte la finestra con una tavola di legno sulle ginocchia, e calamaio incollato per non farlo cadere. – Annuserò una rosa rossa, mi accenderò una sigaretta, mi metterò sulle ginocchia la tavola per scrivere e con grande cautela mi immergerò nell’ultima frase che ho scritto ieri – Quando invece la sua mente non era martellata dai dolori, lei scriveva in uno studio che Leonard aveva fatto preparare al posto della vecchia rimessa, sotto un grande albero, e con una finestra da cui si vedevano le colline del Sussex. Successivamente ne crearono un altro, legato alla casa, con ampio terrazzo dove ricevevano alcuni colleghi di Virginia con cui lei desiderava interagire intellettualmente, ma anche autori editi da Leonard. – Il preventivo è di 157 sterline che mi sembra esagerato considerato che è solo un capriccio per rendere più bello un panorama, ma forse un panorama più bello le vale 157 sterline – E qui penso al mio stesso bisogno di guardare un fuori che mi accattiva, che mi fa vedere un mondo senza abitanti, che mi fa apparire colori ogni giorno diversi, che mi fa allargare lo sguardo fino a confini sfumati. Che mi fa vivere pur stando ferma a guardare. In una grande foto centrale c’è la sua scrivania, e qui immaginare i suoi tormenti nelle lunghe ore di scrittura è scontato, come lo è immaginare quante volte ha riletto e corretto, quanti fogli ha strappato e cestinato, e quante poche volte sia stata soddisfatta di quello che rileggeva. Io invece penso alle volte in cui non aveva nulla da dire e la sua penna rimaneva ferma accanto al calamaio, con la punta asciutta, e i suoi occhi si perdevano nel nulla. – Non è la solita scrivania come se ne comprano a Londra e si vedono in casa di chiunque quando si va lì a pranzo, la mia scrivania ha sentimento, è piena di carattere, affidabile, discreta, molto riservata Le rose che lei vedeva dalla sua scrivania erano rose Princesse Marie, Madame Carrierè, Charles de Mills, e quelle che Leonard amava più di tutte erano le rose Latour, Falstaff, Brunner e Felicitè Perpetue. – Le rose fioriscono e il giardino è pieno di desiderio e d’api, le rose si accendono come lampade – Il libro termina con un breve resoconto della vita di Leonard dalla morte di Virginia fino alla sua. Da solo ha continuato a vivere lì e a coltivare il suo giardino, a correggere manoscritti di autori che lui pubblicava, a leggere, a ricordare, a rimanere intatte le stanze di sua moglie. Giusta chiusura per un libro che è un inno all’amore di due coniugi speciali, all’arte del giardinaggio, al piacere di ricevere letterati per scambiarsi cultura e affinità, alla vita semplice che uno scorcio di campagna inglese può concedere. Non doveva concludersi con la descrizione del giorno in cui Virginia decise di annegare la sua mente eccelsa tra le acque del fiume vicino casa, né con le foto dei giornali dell’epoca che riportarono la clamorosa notizia a tutta pagina. No, un libro così doveva terminare con le immagini dei cespugli di quelle rose che chi si reca a Monk’s House può ammirare, pensando che l’ha fatto lei decenni fa mentre scriveva della sua amata e odiata Mrs. Dalloway. La rosa che io affianco al volto di Virginia Woolf? Senz’altro una Moonlight.

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